I nostri articoli
Apprendimento e patti educativi
Aldo Garbarini, Matteo Serra, Loredana Perissinotto (Report call marzo/giugno 2022) –
Il gruppo di lavoro su formazione e apprendimento ha avviato gli incontri dalla preliminare considerazione, già espressa nei forum precedenti ed in particolare a Bologna, di come siano ormai sempre più necessarie l’elaborazione e la sperimentazione di percorsi formativi che superino la compartimentazione e l’organizzazione a silos dei saperi e delle discipline.
Ovvero, apprendimento e formazione come percorsi in cui a pieno titolo rientrano i temi della interdisciplinarità, complessità, centralità della relazione, ruoli e funzioni dell’arte e della cultura, esigenze normative.
Senza dimenticare che la didattica a distanza ha fatto esplodere il peso determinante della disuguaglianza sociale riguardo all’istruzione primaria e secondaria, per non parlare del venire meno del fondamentale rapporto di relazione nei sistemi educativi rivolti all’infanzia. Il Covid-19 ha esasperato le conseguenze della disuguaglianza di accesso all’istruzione e alla cultura che l’istruzione veicola, rendendo oggi necessario riformulare un pensiero educativo che riparta dai processi di apprendimento e non dalla trasmissività lineare dei saperi. Vuol dire riprendere con forza il tema dell’imparare ad imparare, chiedendosi altresì insieme a Morin come possano porsi e operare in una società complessa come la nostra una serie di “professioni” attente al dialogo, alla cooperazione, alla solidarietà, all’interdisciplinarità, in un mondo che è interconnesso, globale e interdipendente.
La recente pandemia collegata al Covid 19 ha dunque evidenziato alcuni processi o introdotto alcune riflessioni che sembrano ampiamente convergere verso un quesito generale: dove stiamo andando?
Quale percorso si è ormai intrapreso o deve essere avviato per rispondere alle problematiche di tipo economico, sociale, culturale, urbanistico che sono emerse?
Non dimentichiamo che i dati oggi a disposizione ci devono portare ad una ammissione di generale responsabilità: quando parliamo (dati Istat al 2020) di oltre 5,6 milioni di persone in povertà assoluta e del 10,1 per cento delle famiglie in povertà relativa, quando sappiamo che il nostro sistema educativo e dell’istruzione continua ad essere caratterizzato da bassi livelli di competenze degli studenti, da oltre il 13% di dispersione e abbandono scolastico, da una riproduzione delle disuguaglianze sociali di partenza, allora parlare di diseguaglianze e diversità anche culturali e di competenze non è più una questione di uno “scarto” che va recuperato. Non è più una questione di assistenza economica o sociale: è una dimensione generale della società che deve essere affrontata non in termini di marginalità, ma di complessivo modello di sviluppo. Partendo dalla precisa considerazione che non si tratta di tornare a ciò che era prima, perché già il prima non andava bene.
Da queste considerazioni sono emersi alcuni approfondimenti: il ruolo del privato e il ruolo del pubblico in un processo di possibile mutuo aiuto per il raggiungimento di obiettivi comuni; la necessità di lavorare sui territori e in collaborazione con le amministrazioni locali viste come il punto di prossimità primario nel rapporto tra pubblico e privato; il pensare i luoghi dell’apprendimento come strumento e spazio che vada oltre il compito della scuola tradizionale per diventare volano di percorsi educativi e di formazione non solo racchiusi nell’ ambito scolastico, ma di interesse dell’intera comunità. Le comunità educanti diventano un obiettivo dirimente perché una comunità è educante in quanto assume i processi di apprendimento e di formazione come consustanziali al progredire complessivo della comunità stessa; perché pensa all’apprendimento come ad un “apprendimento produttivo”, perché guarda alla “rete” degli attori e dei soggetti che possono essere non solo coinvolti ma divenire parte attiva del processo; perché ha come sfondo il dotarsi, in senso personale e collettivo, degli strumenti per affrontare la complessità.
Gli interventi che hanno caratterizzato i tre incontri si sono mossi nel dare concretezza a questi assunti. È per esempio emerso con forza il tema dei Patti educativi, discusso e approfondito con l’intervento di Andrea Morniroli dell’Associazione Disuguaglianza e Diversità, che sta realizzando un Vademecum proprio sui Patti educativi (n.d.r. alla data odierna di questa comunicazione pubblicato sul sito dell’Associazione).
Il nodo fondamentale nel merito ruota intorno al tema della governance dei progetti e dell’integrazione pubblico-privato per la gestione, convinti dell’impossibilità di poter proporre un unico modello su tutti i territori. Non, quindi, una modellizzazione, ma una declinazione a seconda delle situazioni, elaborando comunque segnaletiche di buon cammino, piste di lavoro da declinare nella specifica esperienza in cui si opera.
È tuttavia necessario ed importante chiarire che i patti educativi non sono né possono essere un luogo che svuota la scuola pubblica del suo ruolo e della sua funzione, ma uno strumento che la rende più attrezzata ad affrontare le difficoltà. Cosa sono i patti? Una connessione di competenza, di intelligenze e saperi, che muovono e agiscono nella realtà territoriale e sociale per promuovere e realizzare una comunità educante come contesto aperto a tutti e di tutti. La scuola rimane dunque centrale e deve rivendicare il proprio ruolo specifico, proprio come luogo dove tutti imparano e per questo utile alla intera comunità. In diverse esperienze di scuola aperta si è per esempio verificata anche la capacità di innescare veri e propri processi di rigenerazione urbana. In questo quadro emerge la constatazione che l’impianto PNRR che supporta anche interventi extracurricolari non è sostenibile se solo si concretizza con i laboratori oltre l’orario scolastico: ciò che funziona in realtà è dentro le classi, nel piano dell’offerta formativa, dove docenti ed educatori si mettono alla prova nel confronto costante e quotidiano tra di loro e con gli studenti. Se non si integrano dunque le attività extracurricolari nel piano formativo si rischia di svilire la stessa importanza curricolare.
Queste attività sono peraltro un luogo importante di intreccio delle competenze da esercitare per un serio intervento preventivo, soprattutto laddove diventa importante l’attenzione ai primi segnali di allontanamento e di “deragliamento”. Parliamo in sostanza di segnali predittivi da prendere in carico per approcci necessariamente di tipo longitudinale, non dimenticando, infatti, che i passaggi più delicati sono tra una scuola e l’altra e ben sapendo come si verifichi in questa discontinuità il tasso maggiore di dispersione scolastica.
Dobbiamo usare lo strumento del patto educativo per creare legami: un esempio ripreso dalle esperienze concrete è quello relativo ad alcuni docenti delle scuole secondarie di primo grado che trasmettono indicazioni sui ragazzi che si iscrivono alle scuole superiori tramite piattaforme create in un contesto di alleanze educative. Sul tema dell’uso delle piattaforme come strumento per legare apprendimento ed educazione al territorio, ci si è anche confrontati con l’esperienza di First Life, grande collettore di informazioni che per scelta degli sviluppatori non risponde a logiche di algoritmi, ma che si concentra sulla costruzione personale e sull’aggiornamento continuo del proprio portale. Una piattaforma che può favorire la costruzione di un senso di comunità, a partire in primo luogo dalle scuole e dai ragazzi delle scuole, con una funzione di monitoraggio continuo dell’ambiente interno ed esterno nei quali la scuola opera e interagisce. Sempre sul tema è stata anche richiamata l’opportunità di un monitoraggio permanente di ciò che avviene all’interno delle organizzazioni per poter comprendere come ci si stia rapportando rispetto al contesto esterno. Perché non si deve mai dare per scontato che tutti si condivida gli stessi obiettivi e gli stessi fini.
Altro fattore decisivo: le famiglie, che incontriamo nei luoghi della scuola, uno dei pochi spazi collettivi che tutte frequentano e dove quindi può essere possibile cercare di instaurare un rapporto diretto. Si tratta di tracciare comunque luoghi dove si possa sconfinare dalla tradizione dell’intervento educativo e sociale, dove si possa creare anche attraverso altri strumenti, quali quelli artistici, un intervento che guardi ai ragazzi ma anche agli educatori e alle educatrici, per cercare di ottenere quei risultati che dai servizi educativi tradizionali non sono raggiungibili.
In questo contesto è stato sottolineato da Fabio Naggi (Associazione Unoteatro e Associazione Teatro Ragazzi ASTRA) e da Loredana Perissinotto (Associazione AGITA) come teatro e scuole abbiano bisogno l’uno dell’altra e possano essere congiunti da figure in grado di introdurre elementi di ibridazione. Oggi è per esempio in fase di studio la sistematizzazione della figura di un formatore-operatore teatrale: in questo ambito AGITA sta lavorando ad un congresso internazionale (N.d.R. alla data odierna di questa comunicazione già svolto) che approfondirà i temi di questa interazione a partire da alcuni esempi regionali di “curvatura teatrale” in scuole di secondo grado, intendendo con questo termine interventi che non sono di per sé finalizzati a far fare teatro, ma a creare una pratica di apertura della scuola per l’ibridazione delle materie e conoscenze.
È stato ricordato come dal 1946 al 2023 si siano succeduti ben 45 ministri della pubblica istruzione, sintomo di una difficile continuità progettuale e dunque di una difficoltà dell’istituzione ad aprirsi verso il nuovo, ad andare verso i giovani, utilizzando anche quelle esperienze artistiche oramai da tutti riconosciute nella loro valenza educativa. Sarebbe utile riprendere il riferimento ai progetti in corso d’opera a metà anni ’60 dove l’animazione teatrale è stata un fenomeno straordinario perché introduceva l’apertura della scuola al territorio anche attraverso la ricerca di un nuovo linguaggio.
Questi ritardi appaiono ancor più significativi se si considera che l’Italia è ritenuto essere un Paese che dal punto di vista legislativo è all’avanguardia sul tema del rapporto pubblico-privato con una tradizione importante sull’argomento; resta tuttavia aperto il problema dell’interpretazione delle norme e della non chiarezza sui ruoli, in particolare per l’incapacità del settore pubblico di trovare un punto d’incontro tra i diversi soggetti in gioco e nel creare tavoli di dialogo contraddistinti da equa responsabilità.
È unanime la condivisione nel ritenere che il pubblico dovrebbe trattare il terzo settore come un interlocutore alla pari, condividendo potere su indirizzi e progettazione. È tuttavia altrettanto vero che il terzo settore, in particolare se inteso come soggetto di importante interlocuzione anche gestionale con il pubblico, deve essere capace di mantenere l’equilibrio tra la sua mission aziendale e i modelli di coerenza con l’esterno, evitando compromessi o posizioni di comodo che in realtà lasciano aperti allo stesso settore pubblico spazi di manovrabilità non corretta.
Diventa dunque tema fondamentale da approfondire l’ibridazione pubblico-privato e i modi nei quali può essere attuata. Considerando che risulta comunque opportuno individuare nelle amministrazioni comunali il minimo comune denominatore di questo processo, per questioni di continuità e di vicinanza al cittadino e per quella prossimità di luoghi (come la scuola e le aziende sanitarie locali) che sono in contatto continuo con i cittadini che per diversi ed evidenti motivi con essi interagiscono. È dunque necessario ripensare lo spazio pubblico, uno spazio pubblico che tuttavia deve essere definito nella sua dimensione politica, per coglierne le specificità e le carenze, a partire dalla dimensione spesso presente di spazio non accogliente per la maggior parte delle stesse persone che lo popolano. Si concretizza in questo senso la necessità di ripensare una città concretamente aperta a tutti, dove la scuola non sia uno strumento selettivo, ma capace di fornire strumenti di cittadinanza attiva in grado persino di progettare spazi pubblici adatti alle esigenze di chi lo utilizza.
La necessità di recuperare il ruolo del pubblico richiede in sostanza di ragionare sulla qualità e non sul costo come elemento fondamentale delle politiche da attuare. Il patto educativo ritorna ad essere, in questa dimensione, uno strumento attivo che va ragionato in termini politici per comprendere quali processi siano stati innescati e quali contrattazioni siano ancora da sostenere al fine di determinare chi dovrebbe produrre e che cosa. In questo contesto la scuola, come già accennato, è vista come soggetto attivo e propositivo del territorio. Una lente d’ingrandimento viene messa sull’autonomia scolastica che, se è vero che permette autonomia e possibilità di manovra, si affida molte volte alla sola competenza e disponibilità del singolo; si avverte dunque la necessità di avere un maggior coordinamento tra le autonomie scolastiche e il territorio. Anche al Comune serve questo tavolo per poter meglio comprendere le esigenze del proprio territorio e grazie a ciò perseguire politiche che contrastino la creazione di disuguaglianze sociali. Tra autonomia e Stato occorre un livello intermedio per la gestione dei progetti, occorre trovare un luogo di sintesi dove gli attori si incontrino, per favorire una visione di insieme e non settorialmente focalizzata.
In sostanza, un ente di prossimità che non pretenda di “bandificare” per gestire la regia dei processi.
Biblioteche e centri culturali
Roberta Paltrinieri, Francesco Maltese, Giulia Allegrini, Monica Marcasciano (Report call marzo/giugno 2023) –
Per quanto attiene al gruppo cultura, i tre incontri on line si sono svolti il 3 aprile, nel quale ci si è confrontati con la Fondazione per l’Innovazione Urbana del comune di Bologna ed Hangar, agenzia per le trasformazioni culturali di Torino.
A seguire nel secondo incontro, l’8 maggio, c’è stato un
confronto sulle identità contemporanee delle Biblioteche e del loro rapporto con la città attraverso il lavoro del sistema delle biblioteche del comune di Torino e l’esperienza di Antonella Agnoli e si è approfondito il tema del Welfare Culturale attraverso l’esperienza di Arte Pubblica del progetto MAAP – Atelier d’Arte Pubblica nella città di Matera. Nell’ultimo incontro, il 5 giugno, si è proseguito sul tema del welfare culturale e sul rapporto cultura-salute, inserendo le pratiche performative e teatrali, illustrate dal Social Community Theatre Centre e dal Cultural Welfare
Center di Torino. È stato, inoltre, toccato il tema della partecipazione attiva all’utilizzo del bene pubblico grazie alla pratica delle Officine Culturali di Catania.
L’osservazione delle buone pratiche ci permette di sottolineare alcuni elementi ricorsivi che costituiscono l’ossatura fondamentale di una reale partecipazione alla produzione, programmazione, distribuzione e re distribuzione, nonché fruizione, della cultura in Italia.
Innanzitutto abbiamo rilevato l’elevata complessità del tema affrontato e l’impatto che questi elementi hanno rispetto ai processi di innovazione sociale e culturale all’interno dei territori indagati ed oggetto delle azioni dei soggetti coinvolti. Si tratta di processi che hanno portato, negli esempi e nel dibattito nazionale restituito dagli esperti chiamati a discutere, la consapevolezza di una grande riflessività rispetto agli strumenti ed ai metodi utilizzati e utilizzabili. È evidente quanto impatto abbiano avuto la riforma del terzo settore e la metodologia della co- progettazione e della co-programmazione. Centrale in questo dibattito sono in particolare i
dispositivi giuridici e i regolamenti per l’attuazione di partnership mirate pubblico-privato sociale e privato tout court. Ne sono un esempio i patti di collaborazione o i regolamenti che sono nati dall’esperienza di Labsus di Gregorio Arena, o delle CoCity di Foster e Iannone, per regolare la
dimensione di proattività messa in campo sia dalla società civile che dalle istituzioni, senza perdere di vista che non è tanto la istituzionalizzazione di questi rapporti, quanto la creazione di alleanze, propedeutiche alla creazione di veri e propri ecosistemi abilitanti. Le pratiche culturali e artistiche che sono le forme in cui si esprime la produzione culturale sono fenomenologie di un processo ben più profondo e radicato che è quello della creazione di un sistema improntato a stimolare processi di comunità. E questo secondo livello di valore consente di attivare reti e alleanze territoriali con il fine di incoraggiare la nascita di un vero e proprio sistema culturale di comunità che renda sostenibili nel tempo gli impatti delle azioni promosse.
Rispetto al tema della prossimità, di cui parla Manzini, le esperienze da noi intercettate dimostrano che sul nostro territorio sono presenti tante piccole realtà associative informali che sfuggono alle statistiche ufficiali, ma che se intercettate attraverso la metodologia della co-programmazione, co-progettazione e della amministrazione condivisa e se ripensate alla luce del principio di sussidiarietà e del nuovo modello di terzo settore, potrebbero rivelarsi un potenziale finora ignorato.
Fondamentale, nella ricomposizione di un paradigma per la innovazione sociale e culturale è poi il ruolo delle Istituzioni pubbliche. Le biblioteche ed i musei pur essendo, come asserisce Alessandro Bollo “patrimonio di cultura e documenti” stanno divenendo sempre più spazi abilitanti per la partecipazione di gruppi e persone, il cui fine ultimo è l’abilitazione di comunità, misurata dal capitale sociale prodotto sia da un punto di vista quantitativo che soprattutto qualitativo, in risposta alla latenza che i processi di individualizzazione societaria, per esempio la crisi della partecipazione politica tradizionale, creano.
È evidente che nei modelli di governance che mescolano gli orientamenti top down e bottom up, le istituzioni possono agire come facilitatori, mediatori e regolatori per la produzione e la partecipazione culturale. La loro facilitazione permette l’attivazione di processi collaborativi, quindi collettivi, che tendono al processo di commoning, o creazione di bene comune, nel quale si elide la tensione tra pubblico e privato, e nella quale la partecipazione attiva dei cittadini sviluppa percorsi di empowerment e rafforzamento sociale. Sono pratiche che nascono dal basso, spesso non inserite in una pianificazione organica, che sfidano la pubblica amministrazione, a cui sta il compito di calarle in un progetto complessivo di città che ne riconosca la funzione di utilità comune.
Trasversale agli incontri realizzati è il tema dei “nuovi luoghi ibridi”, restituiti alla città, attraverso processi di rigenerazione che non supportino tanto la riqualificazione o la qualità dell’abitare, ma i processi di innovazione sociale e culturale. Nonostante i processi di rigenerazione urbana spesso agiscano su immobili di proprietà pubblica, e debbano comunque sempre rapportarsi con gli strumenti urbanistici e regolativi vigenti, faticano ad essere inquadrati perché il loro carattere innovativo determina domande e criticità alle quali la burocrazia non sempre è preparata. In tal senso queste nuove realtà del nostro esperire quotidiano ci inducono a riflettere come questi ecosistemi culturali ibridi abbiano un ruolo fondamentale nei processi di innovazione della cultura amministrativa, producendo policy e istituzionalizzazione degli atterraggi prodotti. È evidente che siano necessarie policy che vadano al di là delle distinzioni tradizionali fra i settori, coinvolgendo diversi livelli e ambiti (cultura, urbanistica e qualità urbana, sociale, sviluppo economico, etc.).
Altrettanto fondamentale è il tema del welfare culturale: in un rapporto tra cultura, cura e salute, la cultura appare un potente dispositivo in grado di produrre benessere sui territori, sia a livello del singolo che a livello collettivo. Il welfare culturale è quel terreno di incontro e scontro tra la
dimensione del sociale e la dimensione culturale.
Le pratiche culturali e artistiche che sono le forme in cui si esprime la produzione culturale sono fenomenologie di un processo ben più profondo e radicato che è quello della creazione di un sistema improntato a stimolare processi di comunità. E questo secondo livello di valore consente di attivare reti e alleanze territoriali con il fine di incoraggiare la nascita di un vero e proprio sistema culturale di comunità che renda sostenibili nel tempo gli impatti delle azioni promosse. Troppo spesso, infatti, la programmazione e la pianificazione sociale, in cui entrano anche i percorsi di rigenerazione e/o innovazione urbana, tendono a trasformare le attività artistiche partecipative in meri eventi ricreativi, perché incapaci di usare le leve artistiche. Ne consegue che questo approccio alla cultura necessita di un ripensamento anche dei ruoli di artista, curatore e architetto e di nuove possibilità di integrazione di competenze.
Nel per-formare il sociale fondamentale è il ruolo dei cittadini, i quali non sono i destinatari ultimi e i processi, ma attraverso gli spazi abilitano in modo proattivo la loro dimensione di cittadinanza.
Senza dimenticare che allargare la partecipazione culturale diventa un modo per incidere significativamente sulle diseguaglianze sociali. Se, infatti, la cultura è luogo di sviluppo di capacitazioni culturali, esse tuttavia non sono equamente distribuite, incidono infatti sulla loro disseminazione le disuguaglianze in termini di risorse materiali, cognitive, sociali, le quali a loro volta incidono sulla capacità di “navigare” tra un complesso insieme di norme, a partire dalle quali poter appunto riappropriarsi di un modo di rappresentarsi il futuro.
In conclusione le singole realtà che abbiamo attraversato sono state la leva per sollevare delle questioni urgenti per il futuro del mondo della cultura Italiano e del rapporto dello stesso con il contesto internazionale. Ad accomunarle è l’idea di Cultura come strumento per agire la trasformazione; lo è sia in termini di costruzione di una cultura del cambiamento – per la creazione di immaginari diversi del mondo che vorremmo e degli strumenti funzionali al cambiamento – che in termini di pratiche ‘applicate’ in cui l’esperienza tecnica ed estetica si fa strumento di
trasmissione di competenze, comprensione di istanze sociali, mezzo per disinnescare situazioni di crisi.
Se la grande assente è la politica, oggi sta prefigurando un progetto dell’attuale compagine governativa volto a “rimpiazzare” la cosiddetta “egemonia culturale della sinistra”, che è necessario analizzare nelle sue diverse articolazioni: valori, linguaggi, normative, metodi e interventi. A tale proposito è stata proficua ed interessante l’analisi presentata da Franco Bianchini nella terza call del nostro gruppo. È prioritario immaginare e sperimentare nuove forme di alleanze, coinvolgendo.
Le esperienze più innovative hanno dimostrato che c’è spazio per alleanze finora giudicate improbabili. Sono proprio nuove forme di alleanze tra pubblico e privato, tra discipline diverse e tra diversi livelli gerarchici a consentire a visioni diverse di farsi strada negli anfratti della politica e
della amministrazione.
Se si accettano i presupposti di questo diverso approccio alla cultura ciò a cui deve tendere il Welfare Culturale, e che è stato a lungo trattato, è dunque un processo di crescita della partecipazione culturale come spinta per attivare, motivare e mobilitare pubblici diversi, su diversi linguaggi artistici, riflettendo sui diversi modi di essere di volta in volta audience, osservatori diretti, partecipanti, collaboratori nei processi di co-produzione, o spettatori emancipati. Il fine ultimo dell’attivazione della partecipazione culturale, va ribadito, è la promozione di cittadinanza
culturale, ovviamente non intendendo parlare della dimensione giuridica della cittadinanza, il procedimento di riconoscimento della stessa, ma della cittadinanza culturale come accesso alla conoscenza, al sapere ed alla comunicazione e soprattutto alla responsabilità sociale che ne deriva, nell’ottica della costruzione di immaginari finanche alternativi e delle comunità.
RETI DI CURA A BASSA INTENSITÀ. QUELLO CHECI INSEGNA L’INNOVAZIONE SOCIALE
Ezio Manzini
Premessa: in questo forum, fin qui, abbiamo parlato di innovazione socio-
culturale e rigenerazione dei luoghi. Ora parliamo di cura. Perché?
Darò una risposta a facile (almeno in questa contesto) e aprirò una
discussione su un tema che credo sia più difficile (anche in questo
contesto).
La risposta facile, almeno in questo contesto, è questa: parliamo di cura
perché abbiamo visto che, per diverse ragioni, la prospettiva di un welfare
sostenibile richiede di basarsi su questo concreto e sulle pratiche che ne
derivano. Ne parliamo perché abbiamo visto che la rigenerazione dei
luoghi richiede cura. E, in fine e generalizzando, perché abbiamo visto che
ogni possibile idea di sostenibilità richiede di basarsi su una ritrovata
capacità di cura. A tutti i livelli ed in tutti gli ambiti.
Il tema difficile invece è questo: cosa possiamo e dobbiamo oggi intendere
con questo termine?
1. Cos’è la cura? Più precisamente: cos’è la cura oggi?
La cura è un’interazione, tra persone e tra persone e altre entità viventi e
non che, per esistere, richiede: tempo, attenzione, prossimità e presenza.
Quattro “risorse” che oggi sono, o sembrano ai più, assai scarse. L’attività di cura è dunque un lavoro impegnativo che, richiedendo,
appunto, tempo, attenzione, prossimità e presenza, non può essere “fatto a
macchina”: il lavoro di cura è, per definizione, un lavoro artigianale.
Tradizionalmente il lavoro di cura era fatto dalle famiglie e dalle
comunità. Con la modernità è stato, in misura crescente, trasformato in
lavoro di servizio, fatto da personale professionale seguendo procedure
ben definite il cui fine ultimo è di ridurre la domanda delle quattro risorse
di cui si è detto (tempo, attenzione, prossimità e presenza), con il risultato
di snaturare il lavoro di cura e produrre interazioni di servizio forse
efficienti ma, di sicuro, senza cura.
In opposizione a questo modo di fare e di pensare, negli ultimi 20 anni
abbiamo osservato un numero crescente di innovazioni sociali in cui delle
persone pensano e agiscono mostrando che è possibile stabilire relazioni
di cura anche oggi. Cioè anche in un mondo individualizzato e connesso.
Più precisamente, ciò che esse ci mostrano è la possibilità di una
riorganizzazione del sistema della cura basata su una duplice mossa:
includere le persone potenzialmente bisognose di cura nel sistema,
spastandole dal ruolo di utenti di servizi socio-sanitari, a co-produttori di
attività di cura. E, allo stesso tempo, trovare i modi per distribuire il lavoro
di cura su un numero più ampio di soggetti.
Dove la prima mossa corrisponde ad un’applicazione del ben noto
capability approach di Amartya Senn, mentre la seconda è più nuova e
necessita di essere discussa.
2. Una ridistribuzione delle attività di cura
Il modello archetipico della ristrutturazione sistemica proposta
dall’innovazione sociale trasformativa in questo campo ci è dato dai circoli
di cura (circles of care): gruppi di persone che si aiutano l’un l’altro,
supportati a loro volta da professionisti che intervengono nel caso di
bisogno. Questo modello si può articolare in molti modi dando luogo a reti
di cura costruite in diverso modo e con diverse proprietà, ma con il tratto
comune di cui si è detto: suddividere il lavoro di cura tra molti attori
cooperanti e coordinarlo in modo che le diverse attività risultino coerenti e convergenti verso risultati comuni. Un modo di funzionare oggi reso
possibile dall’impiego di appropriate piattaforme digitali.
Il cuore di quest’innovazione sta dunque nell’affiancare ai lavori di cura
famigliari, premoderni, e a quelli professionali della modernità, che
comunque resteranno, un lavoro di cura distribuito e, per questo, in
riferimento a ciascun soggetto coinvolto, a bassa densità. Il senso e le
caratteristiche di questa cura a bassa densità è ciò che, mio parere
occorrerebbe osservare con più attenzione e discutere nelle sue qualità e
implicazioni.
Per farlo, facciamo un passo indietro. In passato, parlando di comunità si
faceva implicito riferimento alle comunità tradizionali e ai legami forti su
cui esse si basavano. Poi si è visto che, per capire la società e le comunità
contemporanee, occorreva riconoscere anche il valore dei legami deboli. E
questo perché le nuove comunità, cioè le comunità di progetto, sono il
risultato di un mix di legami forti e deboli. E, in definitiva, sono proprio
questi ultimi che più le caratterizzano.
Credo che un’osservazione analoga possa e debba essere fatta anche
parlando delle relazioni di cura. Fino od ora, come si è detto, ci sono sati
due modelli opposti: quello in cui i legami sono fortissimi (le famiglie) e
quello in cui essi tendono a zero (perché inseriti nelle procedure
professionali che, fino a qui, abbiamo conosciuto).
L’innovazione sociale ci dice che ci sono anche altre possibilità. E il
modello del circolo della cura, e le sue varianti, ci dicono come in pratica
sono realizzate: molte e diverse persone sono ingaggiate in un’attività di
cura, ciascuna con la possibilità di dare quello che può (in termini di
tempo e attenzione), essendo supportati da professionisti esperti e, ormai
quasi sempre, essendo organizzati da un’appropriata piattaforma digitale.
L’innovazione sta dunque nel fatto che l’attività di cura non sta tutta sulle
spalle di un professionista e/o di un famigliare, ma si suddivide tra più
persone. E cosi facendo se. Ne riduce l’intensità.
Il problema è come e quando quest’attività distribuita e a bassa intensità
possa ancora essere considerata un’attività di cura.
3. Reti di cura ad alta e bassa intensità
L’innovazione sociale trasformativa ci aiuta a riconoscere il valore della
cura e, allo stesso tempo, a capire come essa oggi si presenti. Cioè, come ci
possa essere un’attività di cura nelle società in cui le forme tradizionali di
comunità (e quindi di capacità di cura reciproca) si sono liquefatte. In cui,
cambiando la demografia e la struttura delle famiglie, i bisogni individuali
sono diversi e articolati. Ed in cui tutti, chi e più chi meno, vivono in un
mondo ibrido, fisico-digitale.
In questo quadro, ciò che l’innovazione sociale ci dice è questo: se il
sistema dei servizi da solo non può dare l’assistenza necessaria, se le
famiglie da sole non ce la fanno a fare il lavoro di cura richiesto, si
possono trovare più persone che entrano in gioco per meno carico (e
meno tempo). Mettendo in campo, cioè, una capacità di cura a bassa
densità, ma capace tuttavia di mantenere le caratteristiche delle relazioni
di cura: il tempo che si dà deve essere un tempo di qualità. E chi partecipa,
lo fa per quanto può. Ma, quando c’è, deve esserci davvero. Deve cioè
essere empatico, attento, reattivo e competente. Cioè capace di fare
davvero ciò che si è preso la responsabilità di fare.
Queste caratteristiche sono particolarmente evidenti in alcuni casi di reti
di cura costruite attorno a persone in grave difficoltà. Ma, nella loro
essenza, sono ritrovabili anche in ogni forma di attività di cura che
l’innovazione sociale ci propone: da quella richiesta nell’abitare
collaborativo, a quella relativa alla manutenzione di un quartiere, a quella
che si pone nella costruzione di una rete alimentare collaborativa.
Per cui, quando oggi diciamo che si dovrebbe ricostruire una società della
cura, quello di cui si parla non deve evocare un ritorno al passato e ai i
legami di cura ad alta intensità che lo caratterizzavano, ma a sistemi di
cura più articolati, in cui momenti di alta intensità convivono con la
diffusione di forme di cura leggere. A bassa densità, appunto.
Il problema progettuale rispetto alla rigenerazione di una società capace
di cura è dunque triplice: occorre immaginare infrastrutture in grado di
supportare e indirizzare anche queste attività di cura a bassa intensità.
Promuovere una cultura che dia loro senso e attrattività. Diffondere le
capacità pratiche necessarie per mettersi utilmente in gioco.
I LUOGHI E LA LORO GENERAZIONE
Renato Quaglia
Negli Anni Settanta e Ottanta del secolo scorso l’invenzione di nuove
professioni culturali è stata uno degli sbocchi delle profonde
trasformazioni sociali e culturali che avevano rinnovato il Paese. Erano
anni in cui
^nascevano gruppi, associazioni, cooperative che rivendicavano un
protagonismo e la riappropriazione di spazi, piazze, edifici inutilizzati, per
farne centri di aggregazione e produzione culturale.
Quel fenomeno si è manifestato soprattutto attraverso il tentativo,
condotto da una intera generazione, di trasformare le potenzialità di
ognuno in nuove professionalità creative e culturali. La spinta innovativa
del fenomeno si è esaurita quando ha raggiunto la propria
istituzionalizzazione e il finanziamento pubblico.
Negli Anni Dieci di questo secolo ha preso avvio un nuovo ciclo
generazionale, in altre forme e con nuovi paradigmi, che trovano ragione
questa volta nel rimedio alla crisi delle città, all’emergenza ambientale, del
lavoro, dei diritti. Si manifesta con azioni che definiamo “rigenerazione
urbana” o “innovazione sociale”, soprattutto nelle aree della marginalità e
delle diseguaglianze, delle periferie e delle aree interne, dove il
mercato non ha interesse e lo Stato non ha strumenti.
Se quelle degli anni Settanta e Ottanta hanno potuto basarsi su un ciclo
economico espansivo, in cui lo Stato aveva fatto leva indiscriminata sul
debito, le esperienze attuali accadono invece nell’epoca recessiva
post-pubblica. In quei lontani decenni la costruzione del Welfare State
veniva considerata un passaggio ineliminabile della modernizzazione,
oggi viene chiamata “modernizzazione” il loro smantellamento, come
del resto la Thatcher aveva annunciato sin dal 1987 («There is no society») e le successive profonde crisi economiche hanno ribadito oltre ogni
dubbio.
Quelle odierne sono esperienze integrative, a volte sostitutive di
prestazioni e politiche sociali non più erogate dallo Stato. Cercano di
rimediare ai guasti di un modello da rifondare. Come ha scritto Sloterdijk:
«Se la modernità è stata l’epoca dei progetti, la post-modernità si rivela
come l’era delle riparazioni». Quello a cui stiamo assistendo in questi anni
è un fenomeno che rinnova, aggiornandole, alcune delle migliori
promesse su cui negli anni Settanta e Ottanta si era poggiata la prima
emancipazione moderna.
In quegli anni, per iniziare il lavoro culturale si prometteva alla città che,
se fosse stato concesso il permesso ad agire (se il pubblico accordava
fiducia, se l’ente pubblico sosteneva finanziariamente i progetti culturali)
si sarebbe resa migliore quella città, capace di rispondere alle nuove
domande dei suoi cittadini, riconosciuta e apprezzata, contemporanea e
inclusiva.
Quella promessa, per la generazione dell’epoca dei progetti, si è smarrita,
scolorita dal trionfo del mercato, dalla sua stessa incapacità di ricambio
generazionale, dagli algoritmi con cui l’ente pubblico ha abdicato a
ogni visione.
Per le nuove generazioni, quelle dell’epoca delle riparazioni, la nuova
promessa alla città si rivolge ad altri soggetti: fasce di popolazione
marginalizzate, edifici abbandonati, parti di città incapaci di rispondere
alle
^nuove domande di cittadinanza.
La nuova generazione dovrà cercare di non smarrirsi a causa delle
condizioni di permanente precarietà e insicurezza cui è costretta.
Capiremo nei prossimi anni se i protagonisti di questa nuova stagione
riusciranno a crescere, o se si limiteranno a invecchiare, come la
generazione degli anni Settanta e Ottanta
^che li ha preceduti. La rigenerazione urbana non è una pratica nuova. Si è iniziato a parlare di urban renewal negli Stati Uniti, negli anni Cinquanta del Novecento. In
Europa tra gli anni Ottanta e Novanta, quando il neoliberismo
archiviava il comunismo e inaugurava la globalizzazione.
In Olanda, Francia o Germania, i progetti di rigenerazione sono promossi
da imponenti iniziative pubbliche, in Italia si è imposta una progettualità
diffusa e molecolare, soprattutto autorganizzata e autofinanziata. I luoghi
in cui ha preso forma sono periferie, vuoti all’interno della città,
dismissioni.Le aree del disagio e della fragilità sociale non sono anomalie
di sistema da riportare a normalità, da rammendare: sono gli unici campi
di trasformazione possibile, dove dimostrare senza soggezione la crisi di
modello che le ha generate.
In Italia si registra il protagonismo del privato partecipe e paziente
(imprese, fondazioni, cittadini organizzati). Le azioni trasformative
denunciano l’impotenza della politica, le incompetenze della burocrazia, il
superamento delle specializzazioni.
Sono il piano B, che cerca di ristabilire, su basi partecipative, i diritti
sociali, che rischiano di regredire da diritti a meri bisogni.
Mai è stato così tumultuoso e rapido il cambiamento: la grande
trasformazione di cui parlava Karl Polanyi è forse quella di oggi, della crisi
economica, della globalizzazione, del cambiamento climatico, delle
migrazioni e del progresso tecnologico, della denatalità, della pandemia e
ora della guerra militare ed economica … a città su cui tutto ciò impatta è
da tempo multiculturale, impoverita nei suoi ceti, esplosa nella struttura
sociale, dismessa dei suoi vecchi asset economici. Consapevole di non
essere in grado di assumere il disagio, la città cerca di renderlo
sopportabile spiegandolo.
Rigenerazione urbana è termine troppo generico, innovazione sociale pare
uno slogan propagandistico.
^Dietro e dentro a queste definizioni si muove disordinatamente una vasta
serie di esperienze, non omologabili le une alle altre, di diversa
consistenza e dimensione, velleitarie o consolidate, ognuna realizzata in
contesti particolari, al nord come al sud, in metropoli e in cittadine. Con gli Anni Venti stiamo entrando in una fase nuova: le politiche
pubbliche e gli enti di erogazione iniziano a destinare risorse consistenti
alle progettualità di innovazione. È vero che gli erogatori, in questi anni, si
limitano a bandi di avvio, ripercorrendo l’errore che si è già fatto con le
start-up, invitate a decollare, ma lasciate senza carburante durante il volo
di prova, come dimostra la desert valley disseminata dei resti di
chi non è riuscito a fare la traversata.
I bandi si moltiplicano senza seguire strategie di sviluppo o visioni di
sistema. Le verifiche dell’impatto dei progetti sui territori sono formali
obblighi burocratici. Vi è una moltitudine di microprogetti sottofinanziati,
sempre nuovi, mai spinti al consolidamento e per questo perennemente
provvisori. Le competenze rischiano di andare, come sempre, verso le
risorse invece che verso i problemi. Qualcuno già teme che i prossimi
saranno anni “pieni di soluzioni in cerca di problemi”, provocando una
catastrofica assenza di
^conseguenze.
Dall’altra parte, è sempre più evidente la necessità di una maggiore
qualificazione professionale di chi si impegna nella rigenerazione di
comunità, città e territori. Alla buona volontà, la generosità,
l’improvvisazione, emerge sempre più chiara la necessità di figure che
abbiano competenze e professionalità, numerose, diverse tra loro, ad
‘incrocio’.
Il mestiere della rigenerazione urbana richiede una ricerca continua di
soluzioni impreviste, un pensiero laterale, una permanente capacità di
ascolto e rielaborazione, per adattare e aggiornare la propria
competenza e sensibilità a dispositivi sempre nuovi. È come accade in una
libera conversazione: non sai dove va a condurti un dialogo improvvisato,
hai degli argomenti utilizzabili alla bisogna, ma come li userai e li
svilupperai non è già scritto.
Questa nuova attività chiede competenze degli architetti, degli urbanisti,
ma anche della sociologia, dei mediatori e degli organizzatori culturali, di
un amministratore di condominio e di un comunicatore, di fund-raising e di gestione economica. Sono competenze da ibridare, da
apprendere facendo. Ci dimostrano che non è più possibile rifugiarsi
all’interno delle discipline. Occorre essere capaci di attraversare le
discipline. Essere in-disciplinati.
Nel lavoro che decide di dedicarsi al territorio e alla rigenerazione dei
luoghi, si deve produrre trasformazione, cambiamento, scegliendo un
lavoro di processo, che chiede tempi lunghi e costanza. La rigenerazione
sociale del resto non ha mai un lieto fine. Quando è di successo è come un
libro che non si conclude, ma si trasfigura in un’altra storia, diventando
un nuovo inizio diverso.
Rispetto alle esperienze di innovazione del secolo scorso, in questa nuova
fase storica il lavoro richiede un profondo cambio di paradigma: il centro,
il soggetto, l’obiettivo non è l’affermazione delle potenzialità individuali di
ognuno, ma sono i bisogni della comunità; chi vi opera – questa volta –
non può essere il centro, ma uno strumento, che deve adattarsi a quanto
chiedono il contesto e gli obiettivi del progetto.
Non siamo noi (noi che li produciamo, li organizziamo) il centro dei
progetti e del lavoro sociale. Noi possiamo esserne una parte. Saremo utili
se saremo capaci di spostarci dal centro verso il bordo del progetto, per
lasciare spazio, nel centro, ai bisogni e ai sogni della comunità.
Occorre però essere consapevoli della sostanziale differenza tra chi
promuove (e appartiene a un contesto favorito, è detentore di capitale di
conoscenza e relazionale – per dirla con Guilly : quelli del mondo di
sopra) e chi dovrebbe beneficiare dell’azione rigenerativa (chi è
espressione delle diseguaglianze e delle nuove o antiche povertà: quelli del
mondo di sotto). Per questo occorre spostarci dal centro, ritornando a
camminare lungo i bordi: al centro devono restare i problemi, le persone e
i loro bisogni.
Occorre rinunciare dall’abuso di soggettività. Smettere di produrre ego-sistemi, e iniziare a partecipare alla costruzione
di eco-sistemi.
“Siamo realisti, chiediamo l’impossibile”, era lo slogan scritto sui muri di
Parigi nel maggio del 1968. Oggi, le esperienze di rigenerazione, quando
raggiungono sostenibilità e dimostrano capacità reale di impatto,
dimostrano che quella trasformazione profonda non è più impossibile.
I cambiamenti che stiamo attraversando sono tumultuosi e difficilmente
governabili: il fiume è diventato un torrente in piena, su cui non navigano
battelli, ma zattere portate dalle rapide. Saltiamo dall’una all’altra in
continuo equilibrio instabile. Sarà un futuro senza stile, ma va affrontato
con metodo e con competenza.
Non sarà facile dare risposte al disagio, all’insopportazione, alla
precarietà, alle nuove recessioni. Anche perché quelle vecchie e nuove
domande non sono più distinte le une dalle altre, si mescolano e si
sovrappongono, si sommano le une alle altre. Chiedono una visione e non
riescono più a essere formulate con chiarezza come in quel film in bianco
e nero dove Totò, forse a nome di tutti noi, rivolgeva al vigile urbano in
Piazza Duomo a Milano, una domanda, a pensarci, per niente comica: «Per
andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?».
L’APPRENDIMENTO E LA FORMAZIONE
Aldo Garbarini
La recente pandemia collegata al Covid 19 ha evidenziato alcuni processi o
introdotto alcune riflessioni che sembrano ampiamente convergere verso un
quesito generale: dove stiamo andando? quale percorso si è ormai intrapreso o
deve essere avviato per rispondere alle problematiche di tipo economico sociale
culturale urbanistico che sono emerse? Abbiamo innanzitutto “scoperto” che il mondo è complesso, incerto, che il non
pensato e dunque l’inaspettato posso ormai far parte a pieno titolo della nostra
quotidianità.
Così come si sono “scoperte” vulnerabilità, disagi, povertà non solo economiche
ma anche relazionali e educative e culturali, allontanamenti precoci dai percorsi
di apprendimento e di formazione, scarso percorso verso titoli di livello
superiore, che già erano purtroppo ampiamente presenti nella realtà socio-
economica italiana, che anzi la pandemia ha aggravato, non certo introdotto ex
novo.
I dati oggi a disposizione ci devono portare ad una ammissione di generale
responsabilità: quando parliamo (dati Istat al 2020) di oltre 5,6 milioni di persone
in povertà assoluta e del 10,1 per cento delle famiglie in povertà relativa, quando
sappiamo che il nostro sistema educativo e dell’istruzione continua a essere
caratterizzato da bassi livelli di competenze degli studenti, da oltre il 13% di
dispersione e abbandono scolastico, da una riproduzione delle disuguaglianze
sociali di partenza che di certo il Covid non ha attutito (si pensi alle gravi
difficoltà testimoniate anche dai dati di molti giovani a seguire durante la
chiusura delle scuole le lezioni in Dad o in Ddi), allora parlare di diseguaglianze
e diversità anche culturali e di competenza non è più una questione di uno
“scarto” che va recuperato.
Non è più una questione di assistenza economica o sociale: è una dimensione
generale delloa società che deve essere affrontata non in termini di marginalità,
ma di complessivo modello di sviluppo (o di ripartenza, come si usa chiamare). Partendo dalla precisa considerazione che non si tratta di tornare a ciò che era
prima, perché già il prima non andava bene.
Un altro leit motiv ricorrente: siamo entrati ormai da tempo nella società della
conoscenza e dunque i saperi, le competenze, le capacità agite diventano
fondamentali per il rapporto tra l’individuo e il contesto socio-eco sistemico in cui
opera e opererà.
E’ ormai necessario riconoscere, come ci ricorda uno tra i maggiori esperti di
tecnologie educative 3 che le persone per realizzarsi e vivere al meglio in un
contesto in continuo e rapido cambiamento devono possedere la capacità di
pensare e agire in modo creativo. E questo pensare in modo creativo, o
comunque capace di uscire da schemi deterministici non più coerenti con la
complessità che ci circonda, non è necessario solo nel percorso lavorativo, ma
anche in quello personale, considerato che le reti e i contesti sociali sono
anch’essi in continuo divenire, e in quello civile, per potere essere parte se non
attiva almeno integrata in quelle comunità o comunque luoghi più o meno
urbanizzati anch’essi in costante mutamento.
Una città o un paese, grande o piccolo che sia, dice la Carta delle Città
Educative, dispone di innumerevoli possibilità educative e pur essendo un
sistema complesso può comunque essere soggetto attivo permanente in grado
di rafforzare i fattori educativi e di trasformazione sociale. In una città educativa,
l’educazione supera le pareti della scuola e coinvolge l’intera città.
Dobbiamo dunque intendere un processo complessivo che vede nei percorsi di
apprendimento e di formazione permanente la “costante di lettura” degli
interventi e dei progetti e processi sociali attivati.
Oggi avanza con forza l’idea sostanziale di un sistema educativo come luogo di
apprendimento democratico e l’idea di una comunità educante come strumento
di relazione tra la realizzazione della propria individualità e il dovere di
appartenere ad una comunità.
Se così può essere, allora parliamo di una comunità che è educante perché
assume i processi di apprendimento e di formazione come consustanziali al
progredire complessivo della comunità stessa; perché pensa all’apprendimento
come a un “apprendimento produttivo”: perché guarda alla “rete” degli attori e
dei soggetti che possono essere non solo coinvolti ma divenire parte attiva del
processo; perché ha come sfondo il dotarsi, in senso personale e collettivo, degli
strumenti per affrontare la complessità.
Come può dunque una città educativa e una comunità educante essere
soggetto attivo della trasformazione del luogo, intrecciando questo suo essere con i temi della cura, della formazione culturale di un contesto, di un welfare
attivo di comunità?
Perché se guardiamo ai processi educativi, soprattutto se guardassimo con più
attenzione ai sistemi educativi della prima infanzia, troviamo elementi di
indubbia contemporaneità. Ne richiamo alcuni:
– i tempi, che possono essere quelli dei bambini, ma che proprio partendo dai
bambini possono diventare
^i tempi della città;
– gli spazi, perché lo spazio è il terzo educatore e quindi anche la qualità dei
luoghi;
– l’inclusione e la relazione sociale, come elementi di una educazione e di un
contesto democratico;
– il rapporto con le famiglie e con il territorio circostante, specie nella scuola
dell’obbligo con la acquisita
^autonomia gestionale e in parte curricolare;
– la cura, così essenziale soprattutto nei primi anni, ma come elemento proprio
di un sapere educativo e quindi di un’attenzione a sé e all’altro, e quindi di una
prossimità sostanziale
– la dimensione emotiva, che determina un approccio innovativo rispetto
alla trasmissione classica dei saperi;
– l’ambiente come spazio dell’avventura, che diventa spazio di ricerca e
di scoperta, che diventa anche esperienzialità laboratoriale alla ricerca
dell’interconnessione tra il fare e il sapere;
– l’impostazione creativa, incardinata sul progettare, programmare,
ricercare, sperimentare, improvvisare, condividere;
– il rischio e l’incertezza come fattori oggettivamente compresenti nel
processo di crescita e dunque l’immaginazione, la sperimentazione,
l’innovazione, l’intuizione, l’improvvisazione, la creatività come
strumentazione di sviluppo e di superamento degli ostacoli;
– il pensiero riflessivo come capacità di ritornare sui propri percorsi per
rileggerli e rielaborarli;
– la collegialità del lavoro educativo;
– l’inevitabile diritto all’educazione artistica;
– il gioco come strumento di svago e di piacere, ma anche nelle sue
ormai consolidate dimensioni di apprendimento e di conoscenza, se non
addirittura in taluni casi euristiche. Questa dimensione del pensiero e del fare possono essere concreti strumenti
concettuali per una riorganizzazione complessiva sia sociale che del territorio;
perché assumere concetti quali tempi, spazi, ambiente e luoghi del territorio,
inclusione cura e relazioni sociali potrebbe voler dire – in quella data comunità
che ha fatto del pensiero educante il suo metro di riferimento – delineare le linee
di una nuova generatività del contesto di riferimento.
Dunque, i contesti fisici in cui si elabora l’incontro formativo pensati in realtà
come soggetti aperti al territorio (dalle scuole ai campus, dagli asili ai centri
gioco) e un forte patto educativo di comunità che impegni tutti i soggetti secondo
le rispettive responsabilità e capacità, al fine di ridisegnare insieme un progetto
complessivo urbano o anche di area vasta, pensata nelle sue inevitabili
interconnessioni di processo. Questo può essere l’obiettivo in cui “chi e i
processi che” agiscono nei campi dei saperi e delle competenze possono
incontrarsi per la generazione di un nuovo approccio ai luoghi stessi
Ragionare in termini di comunità educante ha ancora un valore aggiunto.
Diciamo ormai spesso che componente tipica dei processi educativi sono le
dimensioni dell’immaginazione, della sperimentazione, dell’innovazione,
dell’intuizione, dell’improvvisazione, infine la creatività.
Ma non sono questi i tipici elementi di una produzione artistica, di una città
culturale?
E non sono altrettanto gli elementi tipici della ricerca scientifica?
Carlo Bernardini, noto fisico della scuola romana, quando condusse
un’esperienza educativa in una scuola dell’infanzia scoprì che i più piccoli, nel
loro ragionare, sono capaci di una “scientificità non specifica” perché i
ragionamenti di bambine e bambini di 4 e 5 anni avrebbero tre requisiti
fondamentali, ovvero: la sincerità, che li porta a non alterare la realtà osservata;
la capacità di fare domande; la capacità di modificare le proprie opinioni senza
troppo imbarazzo, in presenza di elementi nuovi.
Dunque c’è un intreccio forte tra processi educativi (soprattutto se ormai pensati
oltre il meccanismo trasmissivo oggi imperante), produzione culturale, ricerca
scientifica.
Per parafrasare il grande bardo, sono fatti della stessa materia con cui affrontare
e condividere il complesso e l’incerto. Per questa via, scienza, educazione e
sistema culturale possono aiutarci insieme a considerare il complesso e
l’incerto, l’inaspettato e il non conosciuto non come dimensioni da cui rifuggire
con paura e angoscia, ma in realtà come possibili stimoli a proseguire nel
percorso verso il futuro.
INNOVAZIONE SOCIALE E CULTURALE COME LEVADELLE TRANSIZIONI E DELLA SOSTENIBILITÀ
Roberta Paltrinieri
Questa mia proposta nasce dalla necessità di ribadire quanto
importante sia nella progettazione e nella programmazione
sociale ed economica – le transizioni che ci aspetteranno negli
anni a venire – la dimensione culturale. Già la crisi economica
del 2008 aveva reso evidente la necessità di rivedere
i parametri e gli indicatori per la misurazione del benessere e
quanto fosse necessario mostrare attenzione nei confronti di
processi e pratiche sociali che sviluppassero coesione sociale,
inclusione in un’ottica sostenibile e di innovazione sociale. Quella crisi ci ha accompagnato sino ad anni recenti, fino a
giungere alla società della pandemia, e del rischio senza che
molte delle contraddizioni che la società globale ha prodotto o
di cui si è alimentata siano mai state risolte, una sulle altre il
riprodursi e l’allargarsi delle diseguaglianze sociali. A ben
pensare molte delle proposte che hanno attraversato il
decennio 2010-2020 sono passate attraverso l’osservazione di esperienze, pratiche e politiche che hanno posto al centro un
concetto rivisitato della felicità, qui intesa non in senso
solipsistico come benessere di un singolo individuo, bensì
rimettendo al centro concetti quali: comunità, collaborazione,
condivisione, partecipazione, prossimità nella convinzione che
la felicità non può che avere un fondamento intersoggettivo
che deve ancorarsi ad una dimensione collettiva.
La proposta che intendo avanzare nasce dalla convinzione che
le transizioni che si declinano in buone pratiche e buone
politiche necessitino ex ante di un ecosistema culturale, dato
da conoscenza, informazioni, competenze culturali,
produzione, distribuzione e consumo di cultura, i quali nel
complesso rappresentano una infrastruttura fondamentale per
un paese che miri a sostenibilità e coesione sociale,
ricostruzione e resilienza, come ci invita a fare il PNRR. L’
innovazione sociale cosi come la sostenibilità sono le chiavi
proposte per le transizioni. Diventa pertanto importante
sottolineare come la relazione tra innovazione sociale e
processi culturali segue un doppio binario.
Da una parte i valori e i processi culturali sono il carburante
dell’innovazione sociale, dall’altra si può definire
l’innovazione sociale come la capacità di raggiungere
determinati obiettivi comuni grazie a strumenti creativi. Ed
ancora parlare di sostenibilità culturale (Dessein 2011)
significa pensare ai valori, alle credenze, ai principi di base e
alla conoscenza, ecc. come la principale forza per ridisegnare
le visioni del mondo, le istituzioni e financo le tecnologie
necessarie per raggiungere
^l’obiettivo della sostenibilità. Al centro di un paradigma sostenibile ed innovativo il tema
dell’agency e delle capacitazioni culturali (Appadurai 2011)
che sono alla base di tutti quei processi di ripresa e resilienza
diremo oggi – dalla rigenerazione sociale urbana
(Franceschinelli 2021), ai nuovi modelli di governance, ai
processi di partecipazione diretta, ai modelli sostenibili di
produzione e consumo alle nuove forme organizzative – nei
quali uno sguardo sociologico non può che cogliere la
trasformatività come risposta alla logica dominante della
individualizzazione, una trasformazione che nasce dal
lavorare sulla dimensione simbolica e/o di significato in
primis. L’azione sociale trasformativa implica un modo di
pensare e di agire individuale e collettivo che sia creativo,
collaborativo, responsabile,
capace di impattare virtuosamente sulle forme della vita,
dell’abitare, del produrre, del consumare, dell’organizzare
(Manzini 2021).
2. A Cosa serve la cultura?
Seguendo il filo di questo ragionamento occorre interrogarsi
sulla funzione della cultura. Non sto certamente ritornando
sulla annosa questione della valorizzazione della cultura come
settore economico (Dubini 2018), o se essa è una spesa o un
investimento, sto ragionando sul valore sociale
^della cultura a cui ho dedicato un’intera pubblicazione
recentemente. Il valore sociale della cultura nasce da tre
dimensioni: a) il valore intrinseco della cultura, ciò che gli è
proprio ed indiscutibile a cui si aggiunge, b) il valore
strumentale, per esempio il valore economico generato, c)
infine il
^valore istituzionale, il più importante quel valore che si
estrinseca nelle attuazione di politiche culturali che
sostengano la rivalorizzazione di luoghi e spazi e offerta
culturale, possibili partnership tra pubblico e privato, processi
di rigenerazione sociale, nella convinzione che la creazione di
un
^capitale culturale collettivo sui territori, che diffonde
creatività, produce condizioni di contesto in grado di
migliorare il benessere sociale (Paltrinieri 2022). Così
osservato la cultura alimenta quella infrastruttura che è a
supporto del tessuto connettivo degli ecosistemi locale creando
condizioni di fiducia e collaborazione (Cicerchia 2021).
Capacitare le persone, i collettivi, le organizzazioni, significa
redistribuire quelle informazioni e conoscenze che
permettono di definire regole di condotta condivise e
sviluppare iniziative congiunte, agevolando coì i processi di
transizione. In
^chiave innovativa, nella logica della governance
collaborativa, possono nascere cosi reti ibride, che possono
coagulare soggettività diverse per identità statutaria, ma
capaci di aggregarsi attorno a problemi comuni il cui scopo
quello di creare una rinnovata intermediazione, in risposta
alla
^assenza di quelle classiche, capace di generare advocacy
(Venturi 2021). Non dobbiamo poi dimenticare che
l’innovazione sociale e culturale è tale perché rinforza il
legame sociale, ovvero la produzione di beni relazionali.
Attraverso le partnership e le reti tra attori che, insieme
producono valore condiviso, si realizzano non solo scambi tra
conoscenze e competenze diverse, ma si alimenta la cultura
della responsabilità sociale e l’attivazione di nuove forme della
partecipazione, da cui può discendere quel senso di fiducia che
rivitalizza il rispetto per il territorio e le istituzioni, condizioni necessarie per le transizioni. Rileggendo in questa ottica il
valore sociale della cultura si comprende, come gli atti del
programmare, produrre, distribuire e/o redistribuire e
consumare cultura producano una catena di valore che ha un
profondo impatto sociale. Tutto ciò è la fenomenologia di un
processo ben più profondo e radicato che è quello della
creazione di un
^ecosistema improntato a stimolare processi di comunità, e
questo secondo livello di valore consente di attivare reti e
alleanze territoriali che rendono sostenibili nel tempo gli
impatti delle azioni promosse.
3) Il Capitale culturale collettivo
Tuttavia, se la cultura è luogo di sviluppo di capacità culturali,
esse tuttavia non sono equamente distribuite, incidono infatti
sulla loro disseminazione le disuguaglianze in termini di
risorse materiali, cognitive, sociali, le quali a loro volta
incidono sulla capacità di
^“navigare” tra un complesso insieme di norme, a partire dalle
quali poter appunto riappropriarsi di un modo di
rappresentarsi il futuro, per questo parlo di produzione di
capitale culturale collettivo. In questo senso va interpretato il
welfare culturale (Manzoli, Paltrinieri 2021) – che non
dobbiamo dimenticare è una declinazione del welfare di
comunità, espressione della welfare society – il quale
promuovendo sinergicamente pratiche culturali, la loro messa
in rete, deve promuovere coprogettazione di sussidiariarietà
circolare al cui centro ci debba essere, la produzione di
capacità culturali. In questa chiave i processi di
redistribuzione hanno come scopo quello di aumentare le
consapevolezze rispetto a quale modello di società si voglia
appartenere. Se si accettano i presupposti di questo diverso
approccio alla cultura ciò a cui deve tendere il welfare
culturale è, dunque, un processo di crescita della
partecipazione culturale, laddove il fine ultimo dell’attivazione
della partecipazione culturale, va ribadito, è la promozione di
cittadinanza culturale, ovviamente non intendo parlare della
dimensione giuridica della cittadinanza, il procedimento di
riconoscimento della stessa, ma della cittadinanza culturale
come accesso alla conoscenza, al sapere ed alla comunicazione
e soprattutto alla responsabilità sociale che ne deriva,
nell’ottica della costruzione di immaginari e di comunità.
Rimettere al centro la cultura con tutte queste implicazioni
diviene perciò una vera e propria sfida perché necessita di
percorsi di autoriflessione per amministrazioni lungimiranti,
per un settore privato che acquisisca sempre più il valore della
responsabilità, per una
^società civile che superi l’autoreferenzialità per aprirsi alle
reti. Inoltre, e qui concludo, occorre creare consapevolezza tra
coloro che producono cultura, gli attori culturali (De Biase
2020), i quali dovranno interrogarsi sul valore sociale della
cultura e per gli stessi osservatori del fenomeno che
probabilmente necessiteranno di paradigmi interdisciplinari
per interpretarne il reale portato.
LUOGHI E FORME SOCIALI. TRASFORMAZIONI POSSIBILITRA CONTENITORI E CONTENUTI
Riccardo Balestra
Torino-4 novembre 2022
Report
L’incontro di Torino è stato progettato a seguito dei temi emersi nel Forum di Bologna In Dialogo e in base
alle indicazioni emerse dal confronto avvenuto con le organizzazioni nelle call intermedie. Indicazioni, temi
e criticità sono state riportate in un Draft dal titolo: LUOGHI E FORME SOCIALI. TRASFORMAZIONI
POSSIBILI TRA CONTENITORI E CONTENUTI, che è stato presentato all’apertura dei lavori.
.
L’incontro è stato progettato e realizzato con il sostegno di Hangar Piemonte, agenzia per la trasformazione
culturale della Regione Piemonte, progetto realizzato dalla Fondazione Piemonte dal Vivo. Hangar è un
soggetto connettivo, deputato alla costruzione di quelle condizioni abilitanti che sostengono, attivano,
accompagnano l’ecosistema che agisce in un processo di trasformazione. Attraverso la sperimentazione di
nuovi strumenti e approcci mutuati e sviluppati in collaborazione con il comparto artistico e culturale,
promuove una cultura del cambiamento tra le persone che intervengono in un processo di trasformazione
che siano questi soggetti o oggetti del processo. Attraverso l’attivazione di un dibattito culturale sugli
scenari e i profili dell’organizzazione e della cultura contemporanea Hangar contribuisce alla costruzione di
uno scenario di riferimento.
Da questi confronti sono emersi due temi fondamentali che sono stati analizzati a Torino: i LUOGHI (intesi
nella loro accezione fisica, simbolica, etico-politica, relazionale, del lavoro e dell’apprendimento, da
costruire o da rigenerare in una prospettiva ecosistemica e all’interno di scenari mutevoli e incerti; luoghi da
considerare come denominatore comune che attraversa e accomuna aree di possibili trasformazioni –
dall’ambito culturale, a quello comunitario, di cura, di formazione, etc.) e il LAVORO (inteso come
‘capacity building’, diritti, competenze e nuove professionalità. Il tema si intreccia e si interseca con quello
dei luoghi e riguarda la reputazione e la dignità del lavoro, la ridefinizione dei profili professionali, le
diseguaglianze e le disparità, il burnout, le tutele e l’aggiornamento delle competenze). L’incontro vede la
partecipazione di un centinaio di persone, rappresentative di oltre 50 organizzazioni a livello nazionale.
Sono presenti psicologi, educatori, psicanalisti, sociologi, medici, operatori culturali, artisti, registi, curatori,
filosofi, economisti, avvocati, insegnanti, architetti e urbanisti per dialogare e costruire anche un metodo
condiviso. Si tratterà di considerare e porre attenzione a diverse dinamiche, fattori e proposte che sono stati
indicati nelle call di preparazione, tra i quali:
sostenere e valorizzare il ruolo dei presidii culturali, sociali, sanitari, educativi, in modo che siano in
grado di essere antenne che intercettano dinamiche e bisogni dei territori e delle comunità e
contemporaneamente agiscano in sinergia tra loro per attivare percorsi, di cura, inclusione,
partecipazione;
agire sugli squilibri di presenze di infrastrutture, risorse e opportunità tra le diverse aree del Paese,
ma anche della stessa città e dello stesso quartiere;
favorire percorsi di coprogettazione delle policy e degli interventi con le organizzazioni e le
comunità territoriali;
equilibrare, in alcuni settori il rapporto tra offerta e domanda;
equilibrare le spese di in vestimento con spese di gestione al fine di garantire la sostenibilità dei
luoghi e delle pratiche che vi si attivano;
attivare processi di capacity building per il mondo del lavoro, adeguati agli scenari e alle esigenze
odierne;
favorire la trasversalità e il crossover tra luoghi, professioni, servizi attraverso la sperimentazione di
percorsi e confronti tra metodi, linguaggi e pratiche;
equilibrare le risorse per la realizzazione di infrastrutture fisiche con quelle destinate alle infrastrutture sociali;
elaborare e/o integrare strumenti economici, normativi, procedurali, che superino la temporaneità e la
sporadicità di pratiche ed esperienze, per permettere percorsi di radicamento, strutturazione e
permanenza nei territori di tutto il Paese. Rivedere quindi lo strumento dei bandi, dei progetti one
shot, applicando anche altre possibili misure già presenti in alcuni provvedimenti legislativi in
vigore;
rivedere il rapporto tra la Pubblica Amministrazione e le diverse organizzazione sociali-culturali-
sanitarie, semplificando procedure e percorsi burocratici per rendere fattibili attività ed esperienze
riferite a luoghi ed esperienze dei soggetti del terzo settore, del volontariato, ecc.;
attivare più puntuali ed attente attività di monitoraggio delle esperienze e degli impatti che esse
producono.
Dopo alcune relazioni introduttive, la sessione mattutina viene coordinata da Philosophy for community di
Gaia Giovine Proietti e Michela Volpi: un approccio che tende a stimolare un dialogo partecipativo e
democratico.
Attraverso il racconto di tre esperienze viene avviato un confronto che proseguirà anche nei tavoli
pomeridiani per rispondere alla domanda: quali visioni, strumenti e competenze attivano alleanze e strategie
per la trasformazione dei luoghi?
Il primo caso studio è riportato da Antonella Agnoli, e riguarda l’esperienza di due biblioteche nel
meridione che sono state trasformate e rigenerate dal basso ma che se prive di una visione a medio lungo
termine e in mancanza degli strumenti amministrativi e politici, rischiano di perdere la loro funzione civica
e, con essa, la loro stessa utilità. I luoghi del sapere e delle relazioni non possono confidare solo nella vincita
dei bandi: è necessario garantire la loro apertura, assicurare uno stipendio a chi vi lavora e una
partecipazione sempre più viva e co-progettata. Le amministrazioni hanno il dovere di rendersi presenti e
collaborative nelle questioni della rigenerazione sociale attraverso il driver culturale.
Vittorio Salmoni condivide la metodologia: della multidisciplinarietà – e della transdisciplinarietà –
ritenendoli strumenti validi per l’individuazione di driver capaci di guidare la trasformazione. Il compito dei
policy maker è di costruire metodi e dare corpo e struttura a emersioni spontanee e la città deve pensare a
rigenerare gli ambiti all’interno dei propri confini. Non esiste riqualificazione, riconversione o
trasformazione senza la rigenerazione. Rigenerare è un processo olistico che riguarda la città negli ambiti
della cultura, dell’ambiente, del sociale, dell’economia, della prossimità. La rigenerazione è un fenomeno
che deve partire dal basso e va costruito insieme alle persone. A tal proposito, viene riportata l’analisi che
l’Istituto Nazionale di Urbanistica ha avviato nel tentativo di capire quanto la spinta dal basso abbia prodotto
luoghi di rigenerazione. Attraverso un quadrante sul cui piano delle ascisse sono stati inseriti i luoghi ‘legali’
e i luoghi ‘illegali’ e su quello delle ordinate i luoghi ‘istituzionali’ e i luoghi ‘non istituzionali’.
La terza esperienza - riportata da Beppe Rosso – è relativa a Fertili Terreni Teatro: tre compagnie attive
nell’ambito dello Spettacolo dal Vivo in tre spazi diversi quartieri di Torino.
Lo strumento del cartellone comune, con un biglietto unico a tutti e tre gli spazi, ha generato un totale di 120
spettacoli nazionali e internazionali in un anno, aprendo le porte non soltanto ad artisti e organizzatori ma
anche ai cittadini. È stata attivata una Young Board – venticinque giovani e giovanissimi che affiancheranno
l’organizzazione con una loro autonomia creativa. Per fare questo, Fertili Terreni Teatro ha organizzato dei
momenti di confronto e riflessione insieme ad artisti, istituzioni, fondazioni, cittadini intorno ai temi della
sostenibilità delle iniziative culturali e dello spazio pubblico, sulla partecipazione e l’ascolto reciproco .
La necessità di questi incontri è data dalla sensazione che spesso l’ambito culturale si trovi a difendere un certo
status quo all’interno dell’evoluzione delle città, che non andrà più considerata dotata di periferie, ma come
un insieme di arcipelaghi in cui vengano garantiti i servizi necessari al cittadino, dal comparti artistico e
culturale a quello sanitario. La cultura dovrebbe imporsi come motore di cambiamento.
A Bologna sono in atto numerose iniziative sulla co-progettazione. Erika Capasso della Fondazione
Innovazione Urbana racconta del Patto per l’Amministrazione condivisa che vuole provare a cambiare il tipo
di relazioni, a riconoscersi tra diversi soggetti che incidono nella trasformazione dei luoghi, delle città e
delle pratiche, mettendo al centro le persone. La complessità viene letta da prospettive differenti per captare
i bisogni del territorio. La trasformazione fisica dei luoghi non può prescindere dalla trasformazione
immateriale: l’idea del bilancio partecipativo serve a capire come gestire spazi rigenerati all’interno della
comunità. Solo così si verificano ancoraggi di luoghi per la comunità e gli individui. L’esperienza bolognese
pone in evidenza la dinamica del processo nella società della complessità, che comporta rischio e coraggio e
necessita di riconoscimento.
Giuliana Ciancio (Liv.in.g.) afferma che un buon cortocircuito di metodo è dato dallo studiare e produrre,
produrre per poi studiare ancora. Il progetto Liv.in.g. Live Internationalization Gateway è coordinato da
persone con diverse specializzazioni e competenze che lavorano per promuovere l’internazionalizzazione
delle imprese dello spettacolo dal vivo. La strategia che guida l’azione è mirata in modalità ‘learning by
doing’. A fronte di un malessere generale che riguarda tutti – dal Climate Change alle disuguaglianze –
dobbiamo ripensare lo stare insieme. Le dimensioni di potere stanno cambiando e la co-progettazione è
fondamentale perché sono adattamenti sociali a uno stato di cose da affrontare. Lo sguardo internazionale
alle buone pratiche significa guardare nuovi modelli e condividere percorsi rigenerativi. Avere coraggio
significa confrontarsi con la mobilità, collaborare insieme tra strutture diverse tra loro, ripensare il mondo
che vogliamo in un dialogo intergenerazionale senza dimenticare la relazione tra locale e internazionale.
Matteo Negrin (Fondazione Piemonte dal Vivo) introduce nella discussione un altro tema fondamentale:
riguardando la gestione del conflitto nell’ambito dei diversi processi ed esperienze di rigenerazione e
partecipazione attiva, riportando l’esempio di alcune sperimentazioni di pedonalizzazioni al fine di
realizzare un arredo urbano che consentisse fruizioni differenziate di spazi e luoghi pubblici.
Sono nati conflitto sulla destinazione e sull’uso (automobilisti, scuole, ecc.).
Alessandra Gariboldi (Fondazione Fitzcarraldo) parla dell’isolamento del settore culturale. I creativi e gli
operatori della cultura devono e possono sperimentare e anticipare pratiche virtuose. La speranza è che
vengano valorizzate e sostenute tali pratiche e si connettano maggiormente con tutti gli altri ambiti.
Norma de’ Piccoli invita infine l’assemblea a ragionare sulle situazioni di fallimento di esperienze e pratiche
per non ripetere gli stessi errori. Sul tema della partecipazione sono stati raccolti molti dati di ricerca, ma
spesso consideriamo la partecipazione una sorta di ‘Re Mida’ e non è così. La partecipazione va sviluppata
estendendo la presenza dei cittadini, costruendo fiducia, partendo dalle relazioni e considerando che l’altro è
portatore di diversità. Quando attiviamo un processo partecipativo non dobbiamo accontentarci di invitare,
ma serve una motivazione, un reale bisogno che generi processi di governance saldi e virtuosi.
Scenari, città, comunità in trasformazione, nuove domande, quali risposte
Bologna 2022
Abbiamo tutti presente come si stia ancora attraversando un momento difficile, complesso, in cui
l’incertezza, l’inaspettato, il rischio sembrano essere elementi costituenti dell’oggi e di quel che
potrebbe essere nel domani. Non è purtroppo solo la pandemia, adesso è anche una guerra che
eravamo riusciti per decenni ad allontanare dal territorio europeo. E non è solo questa guerra a noi
vicina, sono anche le guerre, le epidemie, le disparità sovranazionali che ancora permangono in
questo mondo. Con Rimediare, ri-mediare (Franco Angeli, Milano, 2020) curato da Francesco De Biase
abbiamo aperto un percorso dettato da un confronto transdisciplinare tra vari esperti, sul modello di
sviluppo occidentale sempre più disequilibrato e ingiusto e con la condivisa urgenza di approfondire e
proporre possibili percorsi per un futuro maggiormente sostenibile.
Ci sembra che gli eventi ancora in corso confermino come rimanga impellente questa esigenza di
ragionare su quali possano essere le condizioni e i contenuti di interventi coerenti con gli scenari
che si sono aperti o che pensiamo si apriranno, in modo da rintracciare anche pratiche o azioni che possano
essere utilizzate come esperienze di riflessione e di scambio.
È nato tra questi navigatori dell’arte e della cultura – intese nella loro più ampia accezione – un
laboratorio progettuale che ha dato origine, tra altri percorsi, alla pubblicazione del nuovo volume
In dialogo. Appunti per una cultura della complessità (Franco Angeli, Milano, 2022): un taccuino di viaggio,
costruito in modo collettivo, che si propone come una prima, urgente riflessione a più voci su quest’oggi,
ma soprattutto sul dopo che in parte è già in corso.
Il testo è costituito da una miscellanea di spunti e approfondimenti; la fotografia di un viaggio in corso non
ancora giunto alla meta (sempre che una meta finale ne sia l’obiettivo), ma che ha già attraversato nel suo
progredire terreni comuni e saliscendi in fase di esplorazione.
Una tappa che ci ha portato alla consapevolezza della necessità di ripartire incontrando per strada altri
viandanti con cui proseguire insieme il viaggio o almeno con cui scambiare suggestioni, apprendimenti e
definire nuove sfide comuni da condividere.
Proponiamo, in questo sforzo di approfondimento, confronto e cooperazione, alcune aree
d’interesse che ci paiono oggi essere al centro di questa sfida.
I luoghi e la loro generazione
Un processo che si contrappone al semplice ritorno al passato (e che quindi vada oltre alla ri-generazione
dei luoghi stessi). Vuol dire ragionare su strategie e pratiche riferite all’abitare, alla riconversione urbana,
alla trasformazione della città, ai nuovi spazi e a tutte le forme di ibridazione fisico-virtuale e digitale cui
abbiamo assistito – anche se in forma embrionale durante il periodo di forzata chiusura delle relazioni tra
noi e le cose.
Alcuni paradigmi inerenti lo sviluppo di interi territori e città sono entrati in crisi, in altri casi non hanno
funzionato e in altri ancora non sono stati presi sufficientemente in considerazione e messi in pratica. Ma
sono anche presenti teorie/visioni/pratiche quali: città creative, smart city, human city, città sostenibili,
città innovative atmosfera creativa, classe creativa, che hanno avuto e hanno alla base alcuni concetti e
finalità che potremmo così brevemente sintetizzare: una creatività diffusa come elemento centrale per lo
sviluppo, l’attrazione di soggetti creativi come agenti di
cambiamento e ricchezza, la creazione e diffusione di ambienti improntati alla tolleranza e alla
diffusione delle tecnologie, l’incentivazione di processi innovativi, la competizione tra territori, ma
anche l’audience engagement, i processi di inclusione, condivisione, empowerment.
Non dimentichiamo peraltro che i luoghi della cultura sono stati tra i primi a subire provvedimenti
di chiusura (ben oltre il contenimento). Poiché l’esperienza culturale è sociale, è collettiva, di
scambio e di confronto, paradossalmente è proprio la negazione del distanziamento.
L’impatto delle chiusure è stato devastante e ha fatto emergere la grande fragilità di diverse filiere della
produzione culturale, ad esempio quella dello spettacolo dal vivo (con particolare riguardo ai lavoratori del
settore) oppure quella dell’associazionismo.
Accanto alla fase acuta di questi mesi, per usare dei concetti medici, c’è il tema della convalescenza e della
ripresa, di come sarà, quanto durerà, che effetti produrrà, con una consapevolezza: non si potrà tornare
alle stesse identiche condizioni di prima.
La cura e la prossimità
Il Covid-19 non ha certamente generato disuguaglianza e disagio sociale, che sono fenomeni storici, ma ne
ha esasperato le conseguenze, collassando equilibri sociosanitari e assistenziali precari, sui quali
poggiavano numerose situazioni individuali e familiari.
Si è ampliata la difficoltà a rappresentarsi mentalmente la realtà in modo da potercisi adattare
costruttivamente, vale a dire in modo che la soddisfazione esistenziale complessiva sia in equilibrio con
l’inevitabile frustrazione dei limiti posti dalla realtà stessa. La cultura del tutto è possibile e subito, che
caratterizza la cosiddetta postmodernità occidentale, continua a ostacolare i processi di crescita a ogni
livello e in ogni condizione perché rende incerta e confusa la necessaria e strutturante esperienza del
limite, prima spaziale e temporale e via via esito di complessi sviluppi di incroci tra il mentale e il reale.
Ci chiediamo come sia dunque possibile contribuire ad aumentare le capacità degli individui e delle
comunità di rigenerare il loro ambiente di vita utilizzando al meglio le competenze e gli strumenti
disponibili. Come prendersi cura (nelle sue diverse accezioni) delle persone nei diversi contesti: scuola,
infanzia, ambiente, salute, lavoro, medicina, cultura, incrementando le risorse e gli strumenti per migliorare
la vita individuale e collettiva delle persone in tutti gli aspetti. Convinti che la cura nei luoghi (siano essi
città, ma anche web, cartelloni teatrali, servizi assistenziali, bocciofile e così via) non vuol dire solo
attenzione al bisogno dell’altro, intervento seppur attento e coerente di supporto e di aiuto pensiamo che
la cura è presa di posizione, è processo di apprendimento del sé e degli altri, è responsabilità e
partecipazione alla crescita degli altri affinché gli altri siano parte attiva della cura di luoghi e relazioni.
Siamo convinti che la ricerca e la cura del benessere siano processi complessi, che vanno ben oltre la cura
intesa riduttivamente come cura/guarigione dalle varie patologie che interagiscono e impattano nei sistemi
psico-organici-fisico-ambientali degli individui, dei gruppi, delle comunità.
L’apprendimento e la formazione
Ci sembra sempre più riconosciuto come siano ormai necessari l’elaborazione e la sperimentazione di
percorsi formativi che superino la compartimentazione e l’organizzazione a silos dei saperi e delle
discipline. Apprendimento e formazione come percorsi in cui a pieno titolo rientrano i temi della
interdisciplinarità, complessità, centralità della relazione, ruoli e funzioni dell’arte e della cultura, esigenze
normative. Senza dimenticare che la didattica a distanza ha fatto esplodere il peso determinante della
disuguaglianza sociale riguardo all’istruzione primaria e secondaria, per non parlare del venire meno del
fondamentale rapporto di relazione nei sistemi educativi rivolti all’infanzia. Alunni e studenti le cui famiglie
sono tecnologicamente attrezzate hanno patito il Covid-19 in modi analoghi. Non così i loro piccoli e giovani
colleghi di famiglie di fasce socioculturali deboli.
Il Covid-19 ha esasperato le conseguenze della disuguaglianza di accesso all’istruzione e alla cultura che
l’istruzione veicola, rendendo oggi necessario riformulare un pensiero educativo che riparta dai processi di
apprendimento e non dalla trasmissività lineare dei saperi. Vuol dire riprendere con forza il tema
dell’imparare ad imparare, chiedendosi altresì insieme a Morin come possano porsi e operare in una
società complessa come la nostra una serie di “professioni” attente al dialogo, alla cooperazione, alla
solidarietà, all’interdisciplinarità, in un mondo che è interconnesso, globale e interdipendente.
Questi professionisti dovrebbero essere capaci di progettare, sperimentare e generare ambienti
capacitanti, favorendo ciò che Amartya Sen e Martha Nussbaum chiamano capability, la
creazione di ambienti e di condizioni, da attuare anche con specifiche policy, affinché le persone, i
cittadini possano accedere, sviluppare capacità, potenzialità, desideri e aspirazioni.
Una riprogettazione educativa che dovrebbe individuare visioni e ambienti in cui far crescere e
sviluppare nuovi approcci, atteggiamenti e competenze in grado di promuovere professioni meticce, che
scavallino le rigide specializzazioni, le competenze verticalizzate, le metodologie tradizionali per applicare
con nuove sensibilità nuovi modelli.
Come sarà dunque il mondo dopo la crisi del Covid-19? E dopo questa e le altre guerre?
Sarà certamente diverso. Ma come? In che direzione andrà il cambiamento?
A fronte di queste domande, alcuni ricordano che ogni crisi ha in sé delle possibilità: che dovremmo
riconoscere e sviluppare. In questo caso, però, più che in altri, per riconoscerle occorrerà guardare con
molta attenzione. O meglio: occorrerà molta attenzione per riconoscere delle possibilità di un futuro
resiliente, equo, aperto e collaborativo. Mentre, purtroppo, sono abbastanza evidenti quelle che vanno nel
verso opposto. Cioè verso un mondo meno equo, meno aperto e meno collaborativo. Sui temi su descritti
un percorso di conoscenza, confronto e scambio tra reti, comunità, esperti, decisori pubblici e privati su
alcune delle pratiche di innovazione socio-culturale più significative. L’obiettivo è promuovere un’occasione
di dialogo per favorire la condivisione di esperienze e saperi attraverso la messa in rete dei differenti
soggetti che conducono esperienze innovative negli ambiti sopra indicati, al fine di delineare le condizioni
necessarie che potrebbero valorizzarle e renderle patrimonio diffuso, stabile e strutturato. Le proposte, le
indicazioni e i suggerimenti che verranno presentati e discussi durante il Forum saranno la base per:
· l’elaborazione condivisa di una Carta utile a (1) proporre azioni, strumenti, quadri legislativi e
normativi a livello locale, regionale e nazionale; (2) delineare nel Paese nuove politiche volte a
promuovere processi di trasformazione in ambito culturale, educativo e sociale, in coerenza con
quanto evidenziato;
· la costruzione e la promozione, in modo cooperativo con gli interessati, di un successivo
incontro/confronto su queste tematiche con decisori pubblici e privati locali e nazionali
LA CURA E LA PROSSIMITÀ
Ezio Manzini
RETI DI CURA A BASSA INTENSITÀ. QUELLO CHE CI INSEGNA L’INNOVAZIONE SOCIALE.
Premessa: in questo forum, fin qui, abbiamo parlato di innovazione socio-culturale e rigenerazione dei
luoghi. Ora parliamo di cura. Perché?
Darò una risposta a facile (almeno in questa contesto) e aprirò una discussione su un tema che credo sia più
difficile (anche in questo contesto).
La risposta facile, almeno in questo contesto, è questa: parliamo di cura perché abbiamo visto che, per
diverse ragioni, la prospettiva di un welfare sostenibile richiede di basarsi su questo concreto e sulle
pratiche che ne derivano. Ne parliamo perché abbiamo visto che la rigenerazione dei luoghi richiede cura.
E, in fine e generalizzando, perché abbiamo visto che ogni possibile idea di sostenibilità richiede di basarsi
su una ritrovata capacità di cura. A tutti i livelli ed in tutti gli ambiti.
Il tema difficile invece è questo: cosa possiamo e dobbiamo oggi intendere con questo termine?
1. Cos’è la cura? Più precisamente: cos’è la cura oggi?
La cura è un’interazione, tra persone e tra persone e altre entità viventi e non che, per esistere, richiede:
tempo, attenzione, prossimità e presenza. Quattro “risorse” che oggi sono, o sembrano ai più, assai scarse.
L’attività di cura è dunque un lavoro impegnativo che, richiedendo, appunto, tempo, attenzione, prossimità
e presenza, non può essere “fatto a macchina”: il lavoro di cura è, per definizione, un lavoro artigianale.
Tradizionalmente il lavoro di cura era fatto dalle famiglie e dalle comunità. Con la modernità è stato, in
misura crescente, trasformato in lavoro di servizio, fatto da personale professionale seguendo procedure
ben definite il cui fine ultimo è di ridurre la domanda delle quattro risorse di cui si è detto (tempo,
attenzione, prossimità e presenza), con il risultato di snaturare il lavoro di cura e produrre interazioni di
servizio forse efficienti ma, di sicuro, senza cura. In opposizione a questo modo di fare e di pensare, negli ultimi 20 anni abbiamo osservato un numero
crescente di innovazioni sociali in cui delle persone pensano e agiscono mostrando che è possibile stabilire
relazioni di cura anche oggi. Cioè anche in un mondo individualizzato e connesso.
Più precisamente, ciò che esse ci mostrano è la possibilità di una riorganizzazione del sistema della cura
basata su una duplice mossa: includere le persone potenzialmente bisognose di cura nel sistema,
spastandole dal ruolo di utenti di servizi socio-sanitari, a co-produttori di attività di cura. E, allo stesso
tempo, trovare i modi per distribuire il lavoro di cura su un numero più ampio di soggetti.
Dove la prima mossa corrisponde ad un’applicazione del ben noto capability approach di Amartya Senn,
mentre la seconda è più nuova e necessita di essere discussa.
2. Una ridistribuzione delle attività di cura
Il modello archetipico della ristrutturazione sistemica proposta dall’innovazione sociale trasformativa in
questo campo ci è dato dai circoli di cura (circles of care): gruppi di persone che si aiutano l’un l’altro,
supportati a loro volta da professionisti che intervengono nel caso di bisogno. Questo modello si può
articolare in molti modi dando luogo a reti di cura costruite in diverso modo e con diverse proprietà, ma
con il tratto comune di cui si è detto: suddividere il lavoro di cura tra molti attori cooperanti e coordinarlo
in modo che le diverse attività risultino coerenti e convergenti verso risultati comuni. Un modo di
funzionare oggi reso possibile dall’impiego di appropriate piattaforme digitali.
Il cuore di quest’innovazione sta dunque nell’affiancare ai lavori di cura famigliari, premoderni, e a quelli
professionali della modernità, che comunque resteranno, un lavoro di cura distribuito e, per questo, in
riferimento a ciascun soggetto coinvolto, a bassa densità. Il senso e le caratteristiche di questa cura a bassa
densità è ciò che, mio parere occorrerebbe osservare con più attenzione e discutere nelle sue qualità e
implicazioni.
Per farlo, facciamo un passo indietro. In passato, parlando di comunità si faceva implicito riferimento alle
comunità tradizionali e ai legami forti su cui esse si basavano. Poi si è visto che, per capire la società e le
comunità contemporanee, occorreva riconoscere anche il valore dei legami deboli. E questo perché le
nuove comunità, cioè le comunità di progetto, sono il risultato di un mix di legami forti e deboli. E, in
definitiva, sono proprio questi ultimi che più le caratterizzano.
Credo che un’osservazione analoga possa e debba essere fatta anche parlando delle relazioni di cura. Fino
od ora, come si è detto, ci sono sati due modelli opposti: quello in cui i legami sono fortissimi (le famiglie) e
quello in cui essi tendono a zero (perché inseriti nelle procedure professionali che, fino a qui, abbiamo
conosciuto).
L’innovazione sociale ci dice che ci sono anche altre possibilità. E il modello del circolo della cura, e le sue
varianti, ci dicono come in pratica sono realizzate: molte e diverse persone sono ingaggiate in un’attività di
cura, ciascuna con la possibilità di dare quello che può (in termini di tempo e attenzione), essendo
supportati da professionisti esperti e, ormai quasi sempre, essendo organizzati da un’appropriata
piattaforma digitale. L’innovazione sta dunque nel fatto che l’attività di cura non sta tutta sulle spalle di un
professionista e/o di un famigliare, ma si suddivide tra più persone. E cosi facendo se. Ne riduce l’intensità.
Il problema è come e quando quest’attività distribuita e a bassa intensità possa ancora essere considerata
un’attività di cura. 3. Reti di cura ad alta e bassa intensità
L’innovazione sociale trasformativa ci aiuta a riconoscere il valore della cura e, allo stesso tempo, a capire
come essa oggi si presenti. Cioè, come ci possa essere un’attività di cura nelle società in cui le forme
tradizionali di comunità (e quindi di capacità di cura reciproca) si sono liquefatte. In cui, cambiando la
demografia e la struttura delle famiglie, i bisogni individuali sono diversi e articolati. Ed in cui tutti, chi e più
chi meno, vivono in un mondo ibrido, fisico-digitale.
In questo quadro, ciò che l’innovazione sociale ci dice è questo: se il sistema dei servizi da solo non può
dare l’assistenza necessaria, se le famiglie da sole non ce la fanno a fare il lavoro di cura richiesto, si
possono trovare più persone che entrano in gioco per meno carico (e meno tempo). Mettendo in campo,
cioè, una capacità di cura a bassa densità, ma capace tuttavia di mantenere le caratteristiche delle relazioni
di cura: il tempo che si dà deve essere un tempo di qualità. E chi partecipa, lo fa per quanto può. Ma,
quando c’è, deve esserci davvero. Deve cioè essere empatico, attento, reattivo e competente. Cioè capace
di fare davvero ciò che si è preso la responsabilità di fare.
Queste caratteristiche sono particolarmente evidenti in alcuni casi di reti di cura costruite attorno a
persone in grave difficoltà. Ma, nella loro essenza, sono ritrovabili anche in ogni forma di attività di cura che
l’innovazione sociale ci propone: da quella richiesta nell’abitare collaborativo, a quella relativa alla
manutenzione di un quartiere, a quella che si pone nella costruzione di una rete alimentare collaborativa.
Per cui, quando oggi diciamo che si dovrebbe ricostruire una società della cura, quello di cui si parla non
deve evocare un ritorno al passato e ai i legami di cura ad alta intensità che lo caratterizzavano, ma a
sistemi di cura più articolati, in cui momenti di alta intensità convivono con la diffusione di forme di cura
leggere. A bassa densità, appunto.
Il problema progettuale rispetto alla rigenerazione di una società capace di cura è dunque triplice: occorre
immaginare infrastrutture in grado di supportare e indirizzare anche queste attività di cura a bassa
intensità. Promuovere una cultura che dia loro senso e attrattività. Diffondere le capacità pratiche
necessarie per mettersi utilmente in gioco.
LA DIMENSIONE DEL TEMPO NEI PROCESSI EDUCATIVI E NEL LAVORO
Paola Vassuri
1-Da dove parlo e con quale sguardo?Dalla mia storiaSono stata pedagogista per oltre 40 anni dentro un territorio occupandomi di educazione e di tutte le funzioni per dare piena realizzazione al diritto allo studio da 0 a 19 anni. A Bologna il coordinatore pedagogico nasce originariamente come figura di quartiere che si occupa di educazione, infanzia e servizi educativi all’interno del quadro normativo del decentramento amministrativo, che oggi definiremmo governance.
- i luoghi, intesi come sistemi abilitanti, sono in costante trasformazione. Le differenti qualità (visioni, obiettivi politici, strategie di gestione, strumenti normativi) di governance e di organizzazione fanno la differenza per ogni bambino e bambina e per i suoi genitori in termini di possibilità e di futuro.
Oggi contiamo a livello nazionale -seppur con valori differenti per territorio e per disciplina di apprendimento, ma pur sempre come costante- il tema della dispersione scolastica. Una % di ragazzi a 14 anni sono i bambini “che si sono persi nel bosco”, per parafrasare un importantissimo libro di Andrea Canevaro. Ciò significa che la scuola di base con tutte le sue articolazioni va profondamente ripensata. Questi ragazzi e ragazzi sono spesso definiti come analfabeti di ritorno. Quello che hanno perso riguarda il futuro per quanto concerne il lavoro, le opportunità culturali/sportive…. a cui non accedono. Vivono nella marginalità fin da piccoli condizionando il loro futuro.
-Oggi, questo cambiamento viene stimolato e auspicato profondamento a partire dalla costruzione del sistema formativo integrato zerosei.
Sui grandi obiettivi di educazione -salute-cultura, occorre ri-partire dal diritto fondamentale del cittadino fin dalla nascita di essere inteso come soggetto e visto nella sua integrità e unicità. Un bambino, una bambina, un adulto non solo un corpo, non solo una mente, non sono un arto, non sono solo un bisogno, non sono solo una prestazione. Integrità e unicità intesi come presenza e consistenza del soggetto dentro il vivere della comunità.
2- il mio focus è il TEMPO. In educazione e nei contesti educativi è una variabile fondamentale della risorsa-scuola. È la variabile del contesto fondamentale per la progettazione, per l’intenzionalità educativa e per la valutazione di quello che accade veramente. È una importante variabile che va pensata insieme allo spazio e agli strumenti/oggetti della scuola. Rispetto allo spazio e agli strumenti è una variabile che riguarda il fluire e il divenire, spesso sfugge alla concretezza.
-È la variabile più delicata con la quale gli adulti in generale hanno una ambivalenza di fondo fra: “non avere mai tempo sufficiente” e “la paura di perdere tempo”, che limita il fare esperienza e stravolge spesso il processo /i processi di apprendimento comprimendoli e settorializzandoli.
- il tempo della crescita è il processo più trasformativo con cui devono fare i conti i professionisti dell’educazione e dell’insegnamento insieme ai genitori da luoghi diversi
- il tempo è una componente che costruisce la genitorialità: non si è genitori prima che nasca un bambino, lo si diventa nella relazione di crescita via via, preceduti sempre dal cambiamento
- Dare tempo, prendere tempo, consentire il tempo perché dentro la scuola si svolga l’apprendere per ogni bambino e bambina, non è questione risolta. La performance, le attese hanno sempre standardizzato il tempo e diviso il tempo, ma il tempo è soggettività e costruzione della socialità, è formazione.
- Vi è un grosso problema nella scuola di base che ha contagiato anche molte scuole dell’infanzia intendendole spesso come preparatorie e non formative: la settorializzazione del tempo e la scansione temporale per tempi definiti, ad ore, separando le esperienze di cura, di socializzazione dagli insegnamenti. Ma insegnamento e apprendimento non coincidono temporalmente, tant’è vero che agli insegnamenti disciplinari poi vi è sempre la sollecitazione ai i compiti a casa, le lezioni di recupero, le ripetizioni delle attività in tempi di vita diversi.
3- Sincopare il tempo limita e riduce la funzione abilitante di un sistema come la scuola
-Occorre un cambiamento: prestare attenzione all’organizzazione del contesto a favore dell’esperienza di cura, di esplorazione, di studio, di ascolto, di riordino….e di una esperienza non sincopata ma compiuta e integrata
-se il contesto presta attenzione al fluire del tempo, a dare continuità al tempo dell’esperienza e degli studi, allo svolgersi delle dinamiche dello stare in una situazione (di gioco, di laboratorio, di lezione, di cura) e dei relativi passaggi e cambiamenti rendendo compartecipi i bambini fin dai primi anni si ottengono numerosi vantaggi:
-a favore di una relazione adulti -bambini positiva basata sulla partecipazione
-a favore della professionalità e del lavoro degli insegnanti che non sono soli a tenere una classe poiché il contesto organizzato e pensato fa la sua parte
- a favore di una vita sociale non costretta dentro a classi chiuse ma articolata e dinamica per gruppi esperienziali e dove la classe ne è il contenitore di partenza e di chiusura di ogni giornata
Per concludere:
- le Linee pedagogiche nazional per il sistema integrato zerosei ( approvate a livello nazionale nel 2021) e gli Orientamenti dei servizi educativi(approvati a livello ministeriale nel 2022), orientano in questa direzione: la costruzione di un contesto inclusivo delle relazioni dove tutti i bambini e le bambine accompagnati dai loro insegnanti e dalle loro educatrici hanno il loro tempo per compiere le esperienze di apprendimento, consapevoli che questo avviene in tutta la giornata scolastica fra esperienze di cura-di studio-di gioco.
-Credo sia ora di riprendere il tempo pieno non solo come contenitore ma come strategia integrata per rimettere al centro una antica e originaria domanda ‘tempo pieno pieno di che?’ a cui non si è mai risposto con compiutezza e qualità. Vi sono esperienze a scuola da questo punto di vista molto interessanti che rimettono in gioco la fiducia, lo scambio, l’imparare insieme che vengono lasciate nell’angolo dello sperimentale.
Sintesi dei report dei Tavoli di discussione Forum “In dialogo”, Bologna, 5 luglio 2022
Saura Fornero
Questa sintesi dei report dei sei Tavoli di discussione, svoltisi nel pomeriggio del 5 luglio scorso a Bologna, incrocia i temi principali delle relazioni e delle tavole rotonde del mattino con le “domande generatrici” pensate per facilitare lo scambio ai Tavoli.
Una considerazione preliminare riguarda la trasversalità del tema del potere. Questo tema spicca per rilevanza esplicita in tutti e sei i report, vale a dire che, nella varietà e ricchezza delle esperienze e voci che attraverso i Tavoli si sono confrontate e hanno discusso, sempre si è andati a parare in considerazioni relative allo scarto tra le esperienze effettive e articolate dei partecipanti e le difficoltà a interloquire con i soggetti decisori, a ogni livello e in ognuna delle istituzioni inerenti le aree tematiche proposte.
Oltre ai temi consueti e alla trasversalità del tema potere, il lavoro dei Tavoli ha anche evidenziato la questione del metodo.
Il tema che genericamente definiamo come “digitalità” - volutamente non esplicitato come tema a sé nel Forum - pervade sia gli altri tre temi, sia l’ambito del potere e quello del metodo, nel senso che è sempre presente come oggetto d’uso reale, tanto inevitabile quanto potenzialmente incisivo nella complessità dei processi culturali e sociali prevalentemente considerati.
Questa sintesi pone anche attenzione all’individuare elementi inattesi, aspetto spesso emerso nella preparazione del Forum. Nei report non si incontrano punti di vista, esperienze, posizioni che non fossero state considerate, se non, forse, una certa esplicita valorizzazione del conflitto, qui inserita nella parte relativa all’ambito del potere.
Tutti i report dei Tavoli riportano sia numerosissime esperienze concretamente riuscite sia criticità. Ognuno dei punti di sintesi seguenti è esemplificato nei report.
I luoghi e la loro generazione
L’elemento ricorrente riguardo a questo tema può essere riassunto dall’espressione “centralità della relazione”.
C’è unanime accordo tra i partecipanti ai Tavoli sul rilevare come nel nostro Paese sia invalso l’uso di scotomizzare “il mattone”, cioè la ristrutturazione o l’impianto ex novo di luoghi, dai significati contestuali dei luoghi stessi. E c’è accordo nell’individuare le relazioni come elementi determinanti la fisionomia contestuale di ogni luogo. In tal senso, allora, la conoscenza preliminare delle relazioni connesse con i luoghi è prioritaria in ogni progettazione che si proponga (e proponga) autentici processi di generazione e rigenerazione dei luoghi stessi.
Si rileva che, nei fatti, è ancora molto diffusa un’implicita assimilazione della cultura ai luoghi tradizionali che la rappresentano (scuole, musei e teatri), come se potesse essere il luogo in sé a determinare il senso delle relazioni che vi si svolgono. E questa logica spesso è alla base di idee di inclusione delle persone nei luoghi come processo culturale auspicabile perché in sé innovativo.
Pare difficile e necessario attrezzarsi a pensare le relazioni come motori della costruzione di significati e dunque come “luoghi culturali” generativi in se stesse.
Apprendimento e formazione
Questo tema è stato molto trattato in tutti i Tavoli.
C’è unanimità nel riconoscere la grave crisi e l’involuzione del sistema di istruzione nel suo complesso nel nostro Paese.
E c’è accordo nell’individuazione dei rimedi:
- apprendimento e formazione hanno direttamente a che fare con la trasmissione culturale tra generazioni. La memoria è fondamentale e deve essere coltivata, insegnata, lavorata continuativamente. Deve essere una sorta di fil rouge trasversale a ogni insegnamento, disciplinato o indisciplinato che sia;
- non c’è apprendimento senza coinvolgimento. La tendenza del sistema di istruzione a prescindere da contesti e appartenenze di discenti e docenti è alla base della sua regressione, dei fenomeni gravi di dispersione scolastica e degli analfabetismi di ritorno e, purtroppo, anche di andata;
🡪apprendimento e formazione non sono oggi abbastanza attrezzati per realizzare il coinvolgimento che fonda ogni processo di trasformazione, come appunto l’apprendimento e la formazione sono per definizione. Abbiamo evidenza scientifica che il coinvolgimento passa attraverso i funzionamenti emotivi, attraverso la loro complessa integrazione con quelli cognitivi e attraverso la continuità delle esperienze. Non abbiamo dispositivi formativi strutturati su tale consapevolezza e questo indebolisce alla base il sistema di educazione, formazione e apprendimento;
- occorre liberalizzare l’offerta formativa almeno nella laurea magistrale come antidoto al proliferare dei master, dove è attualmente relegata la formazione delle competenze più utili
🡪 il costo dei master seleziona l’accesso ad essi e sottolinea la diseguaglianza sociale.
Prossimità e cura
Questo tema è stato meno esplicitato nel lavoro dei Tavoli. Sono emerse le connessioni tra cultura e cura, ma più come esempi di esperienze che come riflessioni tendenzialmente generalizzabili.
Il punto fondamentale si può sintetizzare come la necessità di fondare l’intervento culturale sulla consapevolezza di una condizione umana condivisa, segnata da fragilità; la consapevolezza condivisa della fragilità dell’umano è intesa sia come effettiva carenza di opportunità e risorse, sia come difficoltà diffusa a costruire e mantenere nel tempo esperienze e situazioni significative, motivanti.
Gli operatori culturali e gli operatori sanitari riconoscono di avere forti aspetti in comune: l’attenzione alle persone, al benessere come ricerca legittima di propri equilibri, a prassi professionali democratiche, ecc. La specializzazione dei linguaggi (culturale e sanitario), tuttavia, è attualmente un ostacolo rilevante alla volontà di collaborazione interprofessionale e interistituzionale. Si riconosce la necessità prioritaria di conoscenza reciproca tra gli operatori dei due settori, e si vuole che tale fondamentale processo avvenga in assetti formativi non occasionali: gli operatori, nelle rispettive esperienze, sanno bene che la continuità è condizione necessaria di ogni processo evolutivo.
Metodo
Il sottotitolo di questa nutrita sezione potrebbe essere “Complessità e difficoltà della progettazione e dell’attuazione interdisciplinari”.
Le osservazioni sul metodo sono molto presenti, forse le più presenti, nei report dei Tavoli.
I punti di sintesi:
- la capacità di porre le questioni fondamentali deve essere perno della progettazione. Non “ti includo” bensì “qual è per te il senso della vita?”
- per progettare è necessario prima storicizzare e analizzare
- i dati non sono mai “dati”, sono sempre “presi”. Qual è la nostra consapevolezza in proposito?
da a), b), c)
🡪mappare ciò che c’è sul territorio è più importante che stabilire che cosa ci dovrebbe essere
🡪 la valutazione di impatto sociale è in sé strumento di trasformazione (forse come l’uso relazionale della diagnosi nei processi di cura?)
- in ogni relazione il linguaggio è fondamentale. Il linguaggio culturale ha in sé forti rischi di autoreferenzialità
- le narrazioni della realtà non sono abbastanza connesse con le realtà narrate
da d) ed e)
🡪abbiamo un lessico non ideologico (inclusione, innovazione, valore della cultura, ecc. sono termini ideologicamente connotati) per la costruttività?
- una comunità adulta è educante quando sia capace di formare alle competenze che servono per generare e rigenerare luoghi attraverso le relazioni
🡪i decisori devono essere a loro volta formati alla capacità di capire e attuare metodi e prassi complessi
- è fondamentale distinguere tra processi di produzione culturale e prodotti culturali: sono i processi più che i prodotti che favoriscono prassi sociali evolutive
🡪il metodo cooperativo è diverso dall’escamotage cooperativo finalizzato all’ottenere finanziamenti
🡪l’impresa culturale e la sua redditività economica: la cultura che dà reddito è quella dell’intrattenimento perché è inserita nella logica di mercato, che non è quella dell’investimento sulle comunità e sui cosiddetti beni comuni.
Il potere
Come il tema del metodo, al quale spesso si sovrappone, anche il tema del potere viene esplicitato con frequenza in tutti i Tavoli e interseca gli ambiti e le domande proposti alla riflessione comune: luoghi, formazione/apprendimento, prossimità/cura, condizioni di fattibilità e riuscita di progetti e iniziative.
Nella preparazione del Forum il tema del potere è ovviamente sempre stato presente. La coralità dei partecipanti ai Tavoli del Forum, che al potere si riferisce molto e chiaramente, pare conferma implicita (nel senso di non sollecitata) dell’itinerario che si è ipotizzato: parlarci, parlare e far parlare le reti, parlare con i decisori pubblici e privati.
I punti di sintesi:
- Dai tavoli verso i decisori
- la politica non ha metodo
- la misurazione in ambito culturale e, più ampiamente, sociale è tema e problema metodologico e politico rilevantissimo, rispetto al quale i soggetti promotori e attuatori di imprese culturali si rivelano complessivamente deboli
- a DAD conclusa le università mantengono corsi on line per allinearsi alle università private e perché devono mantenere i bilanci in pareggio
- le criticità sono prevalentemente di carattere politico: cambia la giunta e si interrompe la continuità dei progetti
- al di fuori del pulviscolo dei bandi non c’è progettualità politica e dunque economica e, viceversa, non c’è progettualità economica perché non c’è progettualità politica
🡪 le regole del sistema di assegnazione dei fondi richiedono così tanta e specialistica attenzione da distogliere dalla conoscenza, comprensione e utilizzo delle regole della realtà
🡪 la progettualità di terzo settore e associazionismo ne risulta forzata, di necessità diventa competitiva, arrivista, individualista
- come fare pressione sui decisori?
🡪 diagnosticare i bisogni, costruire piattaforme e chiamare i decisori ad assumersi queste responsabilità
🡪chiedere ai decisori di finanziare la struttura dei soggetti già esistenti in alternativa alla logica attuale dei patti temporanei. Per lavorare seriamente è necessaria una prospettiva temporale adeguata
🡪 è necessario che i decisori imparino a normare in relazione ai risultati reali raggiunti sui territori
🡪coprogettare con i redattori dei bandi
🡪 promuovere ed esigere sussidiarietà orizzontale e verticale
- Inter e intra reti
- “buone pratiche” non significa evitamento del conflitto inter e intra organizzazioni varie del terzo settore
🡪 la cultura si deve schierare anziché continuare a mediare tra un bando e l’altro
- creare reti impreviste (musei adoperati come aula scolastica e come luogo di ritrovo e scambio anche di cibo da parte di bambini e famiglie) forzando burocrazie e istituzioni
SI PUO’ FAREReport sintetico delle Call di approfondimento gruppi Cura, Cultura, Apprendimento/Formazione
Marzo/Giugno 2023
Le call nascono dalla necessità di approfondire in modo più puntuale alcuni ambiti e luoghi individuati nelle diverse occasioni di confronto svolte con le organizzazioni e gli esperti che hanno preso parte alle iniziative organizzate dal gruppo Ri-mediare.
Tra queste il 5 luglio a Bologna 2022 al DAMSLab, il 4 novembre 2022 a Torino con Hangar Piemonte altre iniziative ed alcune pubblicazioni: Rimediare, Ri-mediare e In dialogo
Questo processo ha portato alla comune elaborazione della Carta Ri-mediare che rappresenta lo strumento ed è il dispositivo sul quale vi sono state convergenze ed alleanze con soggetti di tutto il
Paese. Sono presenti visioni, obiettivi, strumenti e proposte di rilevante importanza soprattutto per questo periodo socio-politico.
Si è deciso di porre al centro dell’attenzione diversi luoghi specifici nei quali si realizzano pratiche ed esperienze: i luoghi della cura, della cultura e dell’apprendimento/formazione, visti nelle loro diverse articolazioni e funzioni, da un lato per individuare le necessarie trasformazioni degli spazi già presenti e attivi nei territori, dall’altro per delineare le caratteristiche (progettuali, organizzative, professionali, ecc.) che i nuovi luoghi (Case della Comunità, scuole, asili, aree sportive, ospedali, centri culturali, digitalizzazione, ecc.) dovrebbero avere.
Dai confronti e dalle riflessioni scaturite dagli incontri è emersa la necessità di indicare inoltre delle traiettorie, dei percorsi, dei processi di lavoro possibili (Si può fare) anche in base alle sperimentazioni, alle buone pratiche che sono state attivate nel territorio italiano.
Per dare continuità al dialogo intrapreso con la Carta Ri-mediare si sono attivati tre gruppi di approfondimento che si sono incontrati online.
La metodologia è stata quella sempre adottata dal gruppo Ri-mediare, basata sulla transdisciplinarità, transettorialità, transprofessionalità.
In tutti gli incontri si sono indagati casi virtuosi, criticità, proposte, strumenti ecc. attraverso la illustrazione delle buone pratiche da parte di testimoni significativi a cui ha fatto seguito un confronto dei partecipanti all’incontro, sui diversi temi affrontati.
Riportiamo le sintesi dei tre gruppi per condividere di lavoro svolto insieme e proseguire nel confronto, che riprenderà a settembre, con occasioni di raccordo, intreccio e ulteriori scambi inerenti i temi trattati.
Si tratta ovviamente di sintesi di incontri molto densi, ricchi di contenuti, riflessioni, esperienze e pertanto non risulteranno certo esaustivi di tutto il lavoro compiuto, tuttavia, si possono segnalare altri elementi, osservazioni ecc. che si ritiene necessario riportare.
Qui viene posizionato il titolo accordion
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